Foto della bucofficina in una tranquilla giornata di settembre.

Non ricordo il giorno preciso, so che era settembre e di aver pensato però niente male il tipo, quando per la prima volta ho incontrato Alessio.
Era venuto a propormi un lavoro, o meglio il colloquio per un lavoro: non decideva solo lui ed avrei dovuto incontrare i suoi capi.

In realtà la cosa è un po’ più complessa di così, ma ho firmato una clausola di riservatezza quindi, onde evitare di incasinarmi e scrivere cose che non dovrei, rimango nel vago.

Perché mi ostino a scriverne? Perché è una bella storia.

Chi di Voi mi segue da un po’ può immaginare quanto è nelle mie corde un accordo di riservatezza, non per necessità di raccontare qualsiasi cosa online, ma perché odio i limiti, se imposti ci sto ancora più stretta.

Ultimamente sul lavoro stanno capitando tantissime cose impreviste, mi ritrovo a incontrare la stessa tipologia di persone anche se all’apparenza diverse e, da buddista quale sono, ho capito che devo passare in mezzo a questa situazione se voglio crescere: non perché mi devono piacere per forza o dovrò lavorarci a Vita, ma perché io, Adriana, voglio migliorarmi.

Il punto di vista è fondamentale, cambia le scelte che si fanno, cambia la forza con cui le si fanno.

Come non tenere il banco lavoro… ogni tanto mi faccio prendere dal sacro fuoco o più semplicemente non riesco a fermarmi un attimo per sistemare.

Tornando alla storia che vi stavo raccontando, arriva Alessio che nei primi minuti mi insegna subito una cosa molto importante.

Mi puoi dedicare cinque minuti?
Certo, dimmi pure.
Gli rispondo mentre sto continuando a lavorare sulla bici che ho davanti, senza guardarlo. Lui muto.

Vuoi cinque minuti esclusivi?
Sì.
Allora offrimi il caffè…
Da brava faccia da culo quale sono, se mi devi distrarre dal mio lavoro, almeno fallo con stile.

Sono abituata che le persone passano, mi chiedono consigli o valutazioni, alcune volte sospendevo il lavoro, spesso no. Da quel giorno, sempre.
In effetti anche a me piace quando entro in un negozio e la commessa di turno parla con me per quei pochi minuti.

È l’attenzione verso il cliente, anche con chi cliente non diverrà mai.
Dal punto di vista buddista è una buona causa.

Alla fine sono stati più di cinque minuti, quando inizio a parlare non la finisco (lo sapete), anche lui non era da meno.
Non posso rivelare molto, tranne quello che ho già dichiarato online: ho iniziato a fare formazione in ambito sociale.
La bicicletta è un mezzo, non il fine. Un mezzo per aiutare chi ha bisogno, nel costruirsi un lavoro ma anche nel ricominciare da capo.
Motivo per cui Alessio, che aveva letto questo blog, è venuto a cercarmi.

Non è per alimentare il mio ego che Vi sto raccontando questa storia, sta bene così con tutte le belle risposte che ho ricevuto dai clienti, soprattutto negli ultimi mesi.
Ho iniziato a scrivere di questa cosa, perché alla fine il posto l’ho avuto, nonostante la quasi lite durante il colloquio con il finanziatore del progetto (non ce la posso fare, se ho qualcosa da dire la dico).

Ho iniziato a metà ottobre il primo corso, concluso da poco. Non avevo ancora scritto di questa esperienza perché volevo il quadro generale e, così come avviene dopo un viaggio, le emozioni devono decantare.
Non so se ne seguiranno altri o no. Ho compreso che nell’ambito sociale alcune cose vanno in porto, altre no, altre che partono bene possono finire dopo poco. Sono talmente tanti i giocatori in campo che prevedere qualcosa non è facile.
A dire il vero, neanche mi importa.

Per me questo lavoro è dare più che ricevere.

Non lo svolgo solo per i soldi, non ho mai fatto nulla solo per soldi. Quindi finché servirà metterò al servizio degli altri la mia esperienza personale e professionale.
Ho impiegato circa 72 ore su 80 di corso a capire cosa fare e come farlo.

Amo lavorare da sola, nella mia ciclofficina, ci sono volte che non ho voglia di interagire con gli esseri umani e che se potessi non parlerei con anima viva. Per 12 ore alla settimana devo interagire per forza.
So che raccontata così sembro esagerata, ma è la verità. Sono un’asociale che si ritrova ad insegnare, indovinate un po’? Tutti uomini.

Se sono arrivata alla fine però non è per masochismo e neanche per le sole norme contrattuali, ma perché volevo e sapevo che quella esperienza lavorativa così lontana dal mio mondo precedente e da quello attuale mi sarebbe servita.

Mi piace insegnare. Di questo mi ero già accorta l’ultimo anno di lavoro nella vecchia ditta: mi piace tramandare quello che so e mi piace quando chi riceve ci mette del suo e insieme si può migliorare ancora.

Affrontare qualcosa di diverso mi ha confermato ancora una volta che posso realizzare tutto, con impegno, spirito di osservazione e capacità di mettermi in discussione.

Non nascondo che questo è il mio orgoglio. Un anno di lavoro, il primo, tanti successi tanti sacrifici. Ogni volta che guardo la bucofficina sono orgogliosa di me e pronta a fare sempre meglio.

Ho sempre pensato che la bicicletta e la mia ciclofficina non dovessero essere solo un mezzo per vivere.

Ho trasformato la mia passione nel mio lavoro con il desiderio di fare qualcosa di più per le persone, per la mia città, ma anche per il mio Paese.

Questa esperienza è il primo passo e la concretizzazione di questo desiderio.

Ho iniziato questo lavoro in uno dei periodi più dolorosi della mia Vita, non sapevo neanche come fossi girata e avevo forti dubbi sulle mie capacità. Ma queste settimane, passate più velocemente del previsto, mi hanno ricordato molto di me, dei miei obiettivi professionali. Mi hanno ricordato ancora una volta che l’Universo ci vede lungo e non ti mette sulla strada ostacoli che non puoi superare.

È ancora molta strada da percorrere, vecchie e nuove idee prendono forma.
Sono felice di tutta il percorso fatto e spero di riuscire attraverso queste parole, oggi un po’ confuse, a donarVi un po’ di felicità.

E come ho scritto e detto più volte: qualsiasi sia la sfida che state affrontando, non mollate, nulla è a caso.