Qualche giorno fa ho ricevuto un’email calorosa e affettuosa, dove mi si diceva di non chiamare la mia ciclofficina con il soprannome di bucofficina, ma che in realtà questo è un grande servizio in un piccolo spazio.
Inutile dire che queste parole mi hanno commosso, anche perché scritte da una persona che non è mia cliente e neanche della mia stessa città. È un contatto, solo per il momento, assolutamente virtuale.

Prima dello stop forzato avevo la smania di cambiare locale. Ogni mia azione aveva solo quell’unico obiettivo, perché nella mia testa uno spazio più grande sarebbe stato più dignitoso. Proprio così, temevo di non essere presa sul serio per l’aspetto così spartano che ha la mia ciclofficina.

Nella comunicazione esiste questo mantra: la forma è contenuto. Ho sempre odiato questa frase, ho sempre pensato che l’abito non fa il monaco, ma a quanto pare non sembrerebbe. Gira anche un’altra frase famosa: non c’è una seconda occasione per fare una buona prima impressione. Ma perché? Perché deve essere sempre tutto così superficiale? 

Qualche giorno fa ho riaperto e, senza neanche fare effettivamente la meccanica (sono in fase riprendo il ritmo), solo essere in ciclofficina mi ha dato una nuova energia e mi sono ricordata, non solo tutta la fatica per arrivare fin qui, ma anche il perché ho fatto e faccio tutto quello che faccio.

Aggiustare bici per me è il mezzo attraverso cui rendere migliore il mondo in cui vivo.

È il mio lavoro, lo amo follemente e doverci stare lontano ha rinnovato questo sentimento, soffocato dai pensieri economici e dalla continua preoccupazione di dover comunicare e comunicare bene, di dover stare attenta a cosa e come gli altri percepiscono.

Tra i vari mantra della comunicazione e del marketing ce n’è un altro che dice che noi siamo ciò che il cliente percepisce. Questo più di tutti gli altri mi ha mandato in crisi.
Se di persone che si fermano all’apparenza ne faccio a meno, di altre che mi percepiscono come non sono mi preoccupo o, meglio, me ne dispiaccio. Mi dispiace l’idea di essere vista come non sono.

Lo stop forzato mi ha riportato all’essenza delle mie stesse scelte e mi ha fatto rivalutare lo spazio in cui lavoro.

Bucofficina è il soprannome nato da subito, non in senso dispregiativo, ma letterale: la mia ciclofficina è meno di cinque metri quadrati. Quello che all’inizio era motivo di orgoglio, l’ho fatto diventare motivo di vergogna. Diciamocelo… Ma quanto sono stupida?

È vero, uno spazio più grande avrà i suoi vantaggi e arriverà quando si creeranno le occasioni giuste. Ora sono qui ed è da qui che posso dare il meglio e offrire il mio contributo in questo difficile momento.
Ritornare alla motivazione delle cose è sempre importante ed ho ritrovato quella per me più importante: creare legami, reti, ponti con le persone, ritrovare il senso del rapporto umano oltre quello lavorativo, seminare qualcosa di diverso in un mondo ormai troppo frenetico, incapace di fermarsi e osservarsi.

Grazie a tutte e tutti Voi che, con le Vostre calorose parole, mi fate capire che la direzione è quella giusta.