Il tao della bicicletta e l’essenza del viaggiare.

Cile, gennaio 2008. Un cicloturista di appresta a entrare nella città di Punta Arenas. Piove, il vento violento lo spinge di lato, il termometro segna a fatica otto gradi. Dietro il parabrezza di una macchina noleggio, lo vedo da lontano. Doppiandolo, osservo il suo viso contratto sferzato da una pioggia violenta. Sembra felice. Mi piacerebbe essere al suo posto, abbandonare la comodità presunta – la scomodità mascherata – della macchina che mi imprigiona per inforcare di nuovo la mia bici e accompagnarlo. Invidioso, penetro nella città a un’andatura veloce se paragonata a quella del viaggiatore solitario, che osservo dallo specchietto retrovisore fino a quando la prima vuota non lo ruba alla vista. Allora mi prende la nostalgia. Sono tre mesi che pedalo lungo la seconda più grande catena di montagne al mondo: la cordigliera della Ande. Dopo Lima, ho scalato passi di 4800 metri di altitudine, raggiunto cime di 5300 metri, attraversato deserti di sabbia e di sale, percorso le linee dritte, dissestate e interminabili della Ruta 40. A metà del percorso del viaggio di undicimila chilometri fino a Ushuaia, la mia famiglia mi ha raggiunto per due settimane in Patagonia, per passare insieme il Capodanno. Ho dunque affidato per un po’ la mia bici a degli amici di Mendoza e scopro ora la Patagonia al volante di un’auto a noleggio. Il viaggio cambia di ritmo. E’ più rapido e più facile, ma così meno colorato ed esaltante!
La visione di quel viaggiatore in bicicletta fa risorgere in me l’istinto primario del ciclonomade. Mi piacerebbe essere frustato dalla pioggia, scosso dal vento. Amerei riscaldarmi ai piedi di un fuoco, una mate in mano, offerto da ospiti sconosciuti! Vorrei desiderare la doccia della sera, che procura sensazioni sublimi quando è rara. Dimenticarmi il riscaldamento della berlina, la protezione del tetto e del vetro contro gli elementi scatenati. Uscire da me stesso, vestirmi di un semplice poncho segnato dagli sfregamenti e dal sole, riempirmi la gola dell’acqua dei ghiacciai e la solitudine, compagni fedeli che mi riempiono di buonumore da quando ho iniziato ad avere voglia di scoprire il mondo così, a caso.
Due mesi più tardi sono di nuovo nello stesso posto, sulla mia bicicletta questa volta. Punta Arenas si dispiega davanti a me, aperta sullo stretto di Magellano. Fa freddo, il vento è violento in questo mese di marzo. Alcune auto mi superano a forte velocità, i passeggeri mi rivolgono un cenno di compassione. Tuttavia io sono felice. Per niente al mondo vorrei fare cambio con loro. Capisco ora quello che deve aver provato il viaggiatore che superai con l’auto. Arrivare a Punta Arenas significa guadagnare l’estremità di un continente, giungere alla fine di una lunga strada che ho tracciato sulla mia carta in sei mesi. Più lontano, la punga sud del continente si è staccata per formare un’isola dal nome di sogno e di mistero: la Terra del Fuoco. In macchina, ero arrivato in una città qualunque. In bici, entro a Punta Arenas. Tutto ciò annuncia la fine prossima del viaggio, il ritorno alla vita sedentaria, ma anche la preparazione di una nuova avventura.

Il Tao della Bicicletta: la descrizione perfetta del cicloviaggiatore.
Il Tao della Bicicletta: la descrizione perfetta del cicloviaggiatore.

Questo è l’inizio de il Tao della Bicicletta, un libricino di 90 pagine scritto da Julien Leblay ed edito da Ediciclo Editore.
Come scritto all’inizio del libro, l’autore Julien iniziò a pedalare a seguito di un grave incidente: per recuperare la capacità respiratoria doveva praticare uno sport di resistenza e scelse la bicicletta. Finì con il fare il giro del mondo.

Ho letto questo libro parecchio tempo fa. Mi ricordo di averlo letto tutto di un fiato, in un pomeriggio casalingo, penso freddo: ho questa immagine di me in poltrona con i gatti addosso a tenermi caldo. L’ho ripreso in mano per scrivere questo post, ritrovandomi con il rileggerne una buona parte.

Questa non è una recensione, ma un vero e proprio consiglio: leggete questo libro.

Tu che già pedali, o che vorresti cominciare, oppure tu che non capisci la smania di partire del tuo compagno o della tua compagna, o del tuo amico/a, leggi questo libro: descrive perfettamente chi è il cicloviaggiatore (cicloviaggiatrice), cosa lo spinge a viaggiare, e permette di vedere questa figura, agli occhi di molti (forse) pazza, da un altro punto di vista.

Ad oggi, ho fatto pochi viaggi, ma in queste parole mi ci rivedo, e rileggerlo ha alimentato ancora di più (come se ce ne fosse bisogno) la mia voglia di partire.
Non serve aggiungere altro.


L’essenza della bicicletta.

Anche caricata pesantemente, la bici è un mezzo che ci si diverte ad ammirare per le sue forme e per la sua tecnologia. La sua meccanica, mai sofisticata, è tuttavia estremamente competitiva. Nell’era dei gadget inutili e ruffiani, è bello pensare che una catena e una semplice pedaliera permettano di percorrere una distanza potenzialmente illimitata con la sola forza delle gambe.


Il peso della felicità.

Numerosi sono quelli che compiangono il cicloviaggiatore crollante sotto il peso del bagagli, Quando si rendono conto che il suo veicolo non è né un trattore né una moto, provano compassione. Paradossalmente, la felicità è tuttavia proporzionale al volume. Se il carico della bici sembra pesante, significa che trasporta calore e conforto nel dormire, cibo per mangiare e libri per divertirsi e imparare. Felice di avere tanto per vivere, il cicloviaggiatore non vede in questo un obbligo, ma un’opportunità.


L’allenamento mentale.

L’allenamento è sommario per non dire nullo, perché è dopo la partenza che il viaggiatore si forgia, a contatto con gli elementi e le difficoltà. Esperto, anticipa i problemi o gli ostacoli per meglio aggirarli. E’ per questo che la diversità è grande nell’ambiente dei velocipedisti, la cui età può variare da sette a settantasette anni, e il peso da trenta a cento chili o più. Ciascuno può offrirsi questo piacere e trovare la propria felicità, adattando il viaggio alle attese e alle capacità personali. (…)
Con il passare dei chilometri, il cicloviaggiatore apprende a conoscere i propri limiti. Certo, tutti si lasceranno andare, all’inizio, a eccessi di fughe che li condurranno di fronte a situazioni delicate, a pedalare di notte o a zoppicare per qualche giorno. Questo permetterà loro di essere più prudenti e di armarsi di una motivazione robusta. E’ il migliore vantaggio di cui è provvisto il cicloviaggiatore. Più che la sua forza fisica, è quella mentale che lo fa avanzare permettendogli di superare le montagne.


Vivo di fronte alla natura, forte e dolce.

I deserti sono tra i luoghi che procurano il sentimento di esistere più profondo. Quando la vita non si trova da nessuna parte intorno, l’avventura si trasforma in progressione vitale. Il cicloviaggiatore, solo essere vivente nel raggio di chilometri, assapora al loro giusto livello la preziosità dell’acqua sulle labbra e l’apporto delle calorie nei suoi muscoli. Lontano dall’asfalto, che cosa lo spinge a penare sulla sabbia? Senza riparo, che cosa lo spinge a far fronte a un vento scatenato? Appollaiato su una macchina irrisoria, che cosa gli evita di infilarsi nella prima 4×4 che passa? Il desiderio. Il desiderio di vivere, di restare là, vivo, di fronte alla natura di cui conosce la forza e la dolcezza. La forza perché inghiotte gli uomini non agguerriti o smarriti; la dolcezza perché culla il viaggiatore con le cantilene del vento.


L’essenza del pedalare.

Non esiste una correlazione matematica tra la distanza percorsa e il grado di soddisfazione. Il piacere non viene dai chilometri accumulati ma da quello che si vive man mano che li si sgrana. (…) Quel viaggio fu uno dei più sorprendenti: perché mi offrì uno sguardo nuovo su un paesaggio conosciuto, rivelandomi che è possibile vivere vere avventure a casa propria.


Il bene più prezioso della nostra epoca: il tempo.

Il viaggio in bici non è una successione  di siti turistici esibiti come dei trofei. La soddisfazione che esso procura è altrove. Un bivacco vicino a un fiume, un tramonto in una vallata, un braccio alzato mentre si supera un camion: ecco le umili gioie nelle quali il ciclo nomade trova la proprio soddisfazione. (…) La bicicletta permette l’esplorazione del mondo a velocità umana, non troppo lenta da annoiarsi, né troppo rapida da sentirsi frustrati. Essa offre il compromesso ideale tra la progressione e la scoperta. (…) L’adagio africano secondo il quale gli occidentali possiedono l’orologio e gli africani il tempo può applicarsi senza dubbio all’amante del viaggio in bicicletta. Se l’orologio è sparito dal suo polso, non è per una questione estetica ma perché il tempo gli importa poco o per niente. Il suo viaggio è ritmato dal ciclo naturale. (…) Il tempo è abolito, solo lo spazio conta.


Riscrivendo queste parti (non ho trovato una versione online ed ho ricopiato parti del libro: confesso erano molte di più, ma ha vinto la pigrizia… per fortuna di chi legge), mi sono accorta di come io sia ancora lontano dal Viaggio vero e proprio, libero e senza condizionamenti (a causa delle spese, del lavoro, dei gatti). Forse non ci arriverò mai, o forse il mio è solo un altro modo di viaggiare.
Ciò che amo del viaggiare, e nello specifico del cicloviaggiare, è che non ci sono modi giusti o sbagliati: c’è solo la libertà di essere se stessi e fare ciò che ci si sente.

Buone letture e buone pedalate a tutti/e:-)

One Comment

Come la pensi...