Scritta sulla parete dell'Upcycle Bike Cafè Milano.

Mi sbaglio sempre, non so mai se si scrive confort o comfort, tutte le volte devo gugolare.
E gugolando escono fuori un sacco di articoli e di definizioni, molti dei quali spingono ad uscire fuori da questa bolla (dove ci sentiamo al sicuro), per crescere: lo scopo di uscire dalla propria zona di comfort è la nostra crescita personale.

L’ho fatto, senza neanche rendermene conto, ed è stato un caos totale.

Ad un certo punto mi sono trovata a lavorare in una città ed a dormire in un’altra, non a casa mia, senza le mie belve. Lavoro completamente diverso con colleghi completamenti diversi, clienti mai visti, ambiente di lavoro non mio.
Dire che è stato il caos è dire poco.

Questo stage è stato un disastro, per fortuna.

Prima l’ho dovuto rimandare (da aprile a maggio), poi non sono riuscita a finirlo, ma quello che ho passato in quasi tre giorni è stato un pugno allo stomaco, necessario e importante. No, non sono masochista, cerco da giorni di tirare fuori un insegnamento, perché, da buddista quale sono, e più in generale nella vita, sono convinta che da ogni circostanza si può trarre una morale, se abbiamo la voglia e la pazienza di andare oltre l’apparenza dei fatti.

Sono passata da dare ordini a tutti, compreso il capo, a prenderne, e soprattutto a non ritrovarmi nell’ambiente di lavoro. Come se fossi ritornata a quasi 10 anni fa, quando sono arrivata nella mia attuale azienda, dove ho impiegato anni a costruirmi il ruolo e l’ambiente che ho adesso.
Non ci si pensa, almeno io non ci penso quando arrivo al lavoro, ma difatto quell’ambiente l’ho costruito nel tempo.

A tutto questo si è aggiunto dormire sul divano di mia cugina (comunque un piccolo punto di riferimento in una situazione completamente nuova), senza i miei gatti (che per me sono la mia famiglia miagolante e pelosa), a pranzare in un posto nuovo (ebbene sì, sono così abitudinaria che mangio nello stesso bar da anni ormai).

In questa situazione avevo due punti di riferimento: il suburbano S9 e la mia voglia di realizzare il mio sogno.
Ed è stato tutto difficile: anche nel cambiare una camera d’aria sono riuscita a incasinarmi.

Ogni cosa ha un inizio...Sapere fare le cose ma andare lo stesso in confusione, sentirsi anche un po’ idiota e dubitare anche un po’ della strada che ho scelto.

In questa settimana mi sono sentita così. Sono stata male. Sono grata.
Tra qualche settimana ripasserò per quella strada: non cambierò casa e i gatti ci saranno sempre, ma mi ritroverò da sola a costruire la mia nuova strada lavorativa e di vita, ed avrò paura, e non mi posso preparare a questa paura, posso solo viverla.

Lo so che sembra estremamente banale quello che sto scrivendo, però ci sono cose a cui, anche volendo, non ti puoi preparare: puoi sapere che succederà, ma prepararsi è un’altra cosa, ed a volte è impossibile.

Non ho idea in che modo il lavoro si muoverà, se sarò più ad est o a ovest, se i miei clienti saranno tutti nonnini o giovanissimi atleti. Posso immaginare, intuire quali azioni mettere, ma da qui a sapere esattamente cosa succederà, in mezzo, c’è un abisso.
Ed avrò paura: paura di non essere presa sul serio perchè donna, paura di sbagliare, paura di aver sbagliato a cambiare lavoro, avrò molto paura. Ed è anche giusto che questa paura ci sia, in modo da tenermi sulla giusta strada, da non farmi fare scelte avventate, che mi ricordi che non è la prima volta che attraverso quella strada e che, sopratutto, sono in grado di affrontarla.

Dal punto di vista tecnico, non ho avuto modo di fare molte cose: ho cambiato tantissimo camere d’aria e copertoni, e come dicono tutti i ciclomeccanici che conosco quello è il lavoro che ti darà da mangiare, quindi ben venga. Ho acquisito manualità, soprattuto con le ruotine da city (io abituata con le mie ruote da 26′ per mountain bike).
Ho pulito diverse bici e rilucidato parecchi cerchi. Ho costruito la mia tormentata relazione con i freni a bacchetta.
Non ho idea cosa mi sarebbe capitato di fare se fossi rimasta fino alla fine, ma è inutile rimuginarte, è andata così.

Da un punto di vista gestionale ho capito quanto il mio lavoro, seppur diverso come prodotto finale, è molto simile per altri aspetti: dico sempre che il mio capo ha un merito importante, quello di avermi insegnato a trattare con i fornitori.
Imparare a trattare con i clienti invece è farina del mio sacco, negli anni sono cresciuta, ho tirato fuori un pochino di diplomazia, ma più che altro ho sempre fatto parlare la mia professionalità. Mi auspico di riuscire a continuare in questo modo.

A distanza di qualche giorno, rivedendo questa esperienza da lontano, confermo una cosa che mi sono detta tante volte ma che troppo spesso dimentico: sono brava.

Sono brava non perché so già tutto, ma perché so mettermi in discussione.

È stato difficile prendere ordini, abituata sempre a darli, dover fare un passo indietro e ritrovarmi io stagista e non più formatrice.
Il mio ego e la mia arroganza sono stati duramente messi alla prova.
E ricapiterà tante altre volte, con altri colleghi, con possibili nuovi clienti.
Ricapiterà di dover tenere a bada la mia arroganza, dovrò imparare a far parlare la mia professionalità e la mia sicurezza: la linea è estremamente sottile.

Da un punto di vista strettamente tecnico, ammetto che questo stage non mi è piaciuto. O forse non mi sono piaciuta io all’opera, perché so che so fare meglio di come ho fatto ed ho lasciato strada libera alla mia insicurezza.

Da un punto di vista più ampio sono state tantissime le cose che ho imparato.

La più importante: è arrivato il momento di fare il salto.
Basta corsi, basta formazione(*), è arrivato il momento di fare sul serio.

(*) Capiamoci, sono convinta che un professionista non smetta mai di formarsi: con questa affermazione intendo basta formazione strettamente teorica, è arrivato il momento di formarmi sul campo, e da questo momento in poi, lo farò a modo mio.