Smontare il mozzo e sentirsi felice.

Fino alla fine ho pensato di non andare.

Il corso, l’albergo e i biglietti già pagati non erano un incentivo abbastanza grande, rispetto alla paura.
La paura di cosa mi hanno chiesto tutti: è un corso, sei lì per imparare, non è una gara.
Queste cose le sai tutte, razionalmente. Poi pensi che sarai l’unica donna e che sarai osservata, in quanto unica donna. Lo pensi tu, in pratica sono tue paranoie.
Sono una casinara che parla anche con i sassi, ma la mia natura è solitaria. Pedalo sola, viaggio sola, mangio da sola al ristorante (questa cosa in realtà non mi piace molto).

Nonostante avessi studiato attentamente il percorso mi sono persa e sono arrivata per ultima. E già l’inizio era l’opposto di quello che volevo succedesse. Ho pure saltato la colazione per non arrivare in ritardo, e invece…

Accoglienza da parte dello staff sempre molto calorosa.

Comincia il corso strutturato come sempre: con Omar (il relatore) che spiega il funzionamento e fa vedere come si fa, a cui segue la parte pratica dove ognuno sulla sua bicicletta prova a ripetere quanto sentito e visto, con i fidati Omar e Alessandro (prezioso assistente tecnico) che impazziscono su quindici biciclette diverse, che puntualmente avranno quindici problemi diversi.
Al contrario del corso base dove mi sono buttata più facilmente nella parte pratica, per quanto non sapessi niente totalmente ignorante di qualsiasi cosa riguardasse una bicicletta, a questo giro ho titubato parecchio.
Curiosando quello che facevano gli altri corsisti sono stata incoraggiata proprio da loro a provare e questo è stato il punto di svolta per iniziare a sentirmi a mio agio.

Gli argomenti del corso erano: movimento centrale, centratura ruote e mozzi.

Alla fine ho fatto due esercitazioni pratiche su tre: movimento centrale e mozzo anteriore. Per la centratura della ruota avrei dovuto smontare il copertone e non me la sono sentita, soprattutto di rigonfiare la gomma con la pompetta (lavoro fatto un sacco di volte e che evito accuratamente se non in casi estremi).
Ho fatto comunque parte della prova su un altro cerchio, ma è l’argomento che mi è risultato più ostico e che dovrò riprendere con calma (sono già iscritta al corso di specializzazione sulla ruota, avrò modo di approfondire).
Che poi a ben pensare tutti gli argomenti andranno rivisti con calma (e più e più volte): gli inglesi dicono practice makes perfect!

Il bello della bicicletta è che non esistono standard.

Cioè, da un punto di vista meccanico è una cosa delirante: ogni casa fa i suoi pezzi, decide degli standard, la stessa casa per modelli diversi adotta standard diversi, per ogni pezzo devi dotarti dei ferri corrispondenti… per l’appunto piuttosto delirante.
Per me questa è una delle cose più belle: non esiste un solo modo per vivere la bici, non esiste un solo modo per ottenere un buon risultato, bisogna osservare molto bene quello che si sta per smontare, bisogna fare le cose con calma.
Una cosa che mi ha insegnato Omar, al di là dei tecnicismi, è l’umiltà di dire non lo so: non si può sapere tutto, ma si può studiare, imparare e migliorare.

La passione che ci mette nel spiegare le cose e nel darti una mano rimane per me sempre una bella sorpresa: è bello vedere che il successo che sta avendo non l’ha cambiato, come non sono cambiati gli obiettivi e gli standard dei vari corsi.

Ancora una volta, una gran bella esperienza.

Mi è servita a livello personale: la mia autostima e la sicurezza in me stessa stanno crescendo.
Mi è servita a livello professionale: è sempre più chiaro cosa voglio fare da grande.

Non ho idea di cosa succederà a Lecco, al prossimo corso: ne uscirò conoscendo un po’ meglio i freni a disco (argomento del corso) e, forse, ancora una volta un po’ più sicura di me.

(Quello che ho cercato di trasmettere con questo post è la felicità di essermi sfidata ed aver vinto ed anche quanto stimi Bikeitalia. Chissà se ci sono riuscita…)


[Pubblicato 22/12/2016 – Aggiornato 08/10/2017]

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