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SENZATITOLO è un racconto metafisico, scritto anni fa e pubblicato a puntate a fine 2020. È stato definito un gioco di specchi che riflette e moltiplica punti di vista. Un’esperienza personale che diventa circolare, un gioco di specchi che riflette e moltiplica punti di vista. Non svelo nulla di questo racconto: come per le mie opere non voglio influenzare l’osservatore, così non voglio influenzare chi lo leggerà. È un viaggio nel viaggio, dove ognuno compie il suo, personale e unico.

Senzatitolo // 01

Si stupiva sempre di quello spettacolo. Ogni volta che passava davanti la finestra del secondo piano rimaneva incantata, tutto quello che osservava era opera sua. Ogni volta si domandava come avesse fatto, tutte le volte non trovava risposta.

Quel cammino era appena cominciato. Sette anni, si ripeteva, ed è solo l’inizio. Assorta nei suoi pensieri, fissava la rosa gialla e quella rosa, le loro sfumature. Le distingueva chiaramente anche da così distante, così come distingueva chiaramente ogni angolo del parco, ogni più piccola foglia, ogni sfumatura di verde, rosso, blu, viola, giallo, ogni colore del mondo. Quel parco racchiundeva tutto, chi aveva avuto il privilegio di viverlo era rimasto incantato. Lei per prima.

“Dobbiamo andare. Avrai modo di osservarlo ancora, nessuno lo porterà via o lo rovinerà, stai tranquilla. Ma ora dobbiamo proprio andare, abbiamo un compito da svolgere.”

“Sicuro che nessuno lo rovinerà? Non ne sono più molto convinta.”

“Lo sai, lo sai bene. Questo parco è inattaccabile, nessun inverno potrà abbatterlo. Lo sai, hai già avuto la prova.”

Quelle parole le rimasero impresse in testa, mentre la sorprese una fitta al cuore. Rebecca non ne era poi così sicura, non più, non in quel momento.

Senzatitolo // 02

Non aveva ancora capito se l’arredamento di quella stanza le piacesse, quello di cui era invece sicura è che da lì non avrebbe voluto andare via. Il motivo non le era chiaro, non ancora.
Il clima era piacevole. Il sole freddo filtrava dalla finestra ad illuminare quella stanza così atipica.

Era tutto ricoperto di stoffa: le pareti, il soffitto, persino il tavolo. Anche il divano e le poltrone, così come le sedie. Tutta la stanza era decisamente particolare: tutto ricoperto da grandi motivi floreali rosa magenta e verde scuro, su questo sfondo di cui non riusciva a percepire il colore. Eppure lei era brava con i colori, li coglieva al volo.

Avrebbe voluto capire le persone come le accadeva con i colori.

Quel colore di fondo sembrava vivo, sembrava mutare ad ogni sguardo: un attimo beige ed un altro verde chiaro, a volte di un azzurro carta da zucchero, pastello pallido, altre di un bianco sporco difficile da capire.

Era stata in quella stanza a lungo, c’era tornata diverse volte, ma il colore di fondo di quella stoffa rimaneva un piccolo grande mistero.
Fissava la tazza colma di tè davanti a lei. Ecco, l’unica cosa che non era ricoperta di stoffa era la tazza. Riportava gli stessi motivi floreali rosa magenta e verde scuro, su sfondo bianco. La tazza spiccava su tutto, il bianco luccicava e non poteva sbagliarsi, era bianca, una semplice tazza di fine porcellana, eppure sembrava davvero strana in quella stanza.

Osservava il liquido arancione scuro all’interno, fumante. Il tè era caldissimo. Lei quel tè non lo aveva mai bevuto. Lo osservava, era sempre caldo, fumante. Tutte le volte che tornava, aveva la certezza che non avrebbe capito il colore della stoffa e che la tazza di tè bollente l’avrebbe aspettata sul tavolino, fumante come appena versato.
Andrea la fissava senza proferire parole. Sorrideva. Amava guardarla assorta nei suoi pensieri, seduta su quel divano che le piaceva tanto, così morbido e accogliente. Gambe accavallate, protesa in avanti, gomiti appoggiati sulle ginocchia ed occhi fissi sulla tazza. Sapeva che da lì a poco si sarebbe gustato quel momento fino in fondo e lo assaporava sorridendo.

Rebecca era troppo assorta per sentire il suo sguardo addosso. Qualcosa dentro la rendeva irrequieta, non la lasciava tranquilla.

“Per quale motivo questa stanza è così? Perché l’ho arredata così? Dovrei conoscere questa casa in ogni dettaglio e non mi ricordo niente ed ogni nuovo spazio sembra che non lo abbia mai visto prima.”

Così, arrovellata nei suoi pensieri, alzò lo sguardo dalla tazza per incontrare quello sorridente di Andrea. Avrebbe voluto fargli delle domande ma le parole non incontravano la voce, forse perché sapeva che le stava leggendo dentro e che non avrebbe comunque dato sollievo ai suoi quesiti tanto facilmente. Si parlavano senza aprire bocca, bastava guardarsi, si intendevano alla perfezione. Era sé stessa che doveva comprendere. Per quello era entrata lì, in quella casa.

“È arrivato il momento che fai questo passo.”

“È enorme mi perderò.”

“Non succederà.”

Con gli occhi fissi su di lei, Andrea pensava che da quell’istante in poi non ci sarebbe più stato bisogno di spronarla, di convincerla. Farla uscire dal parco per entrare in quel luogo e, soprattutto, farla spostare dall’immenso atrio e farle salire le scale erano risultate le azioni più difficili in assoluto da quando la accompagnava in quel viaggio. Ora aveva la certezza che tutto sarebbe avvenuto da sé, in modo naturale e spontaneo, un passo alla volta.

Senzatitolo // 03

La stanza degli specchi, così l’aveva battezzata appena entrata, le ricordava il grande atrio nero e scuro che l’aveva accolta, lì era rimasta seduta per giorni prima che si decidesse a prendere le scale per salire al piano di sopra.

A differenza della stanza, l’atrio era composto di pareti nere e lucidissime che non riflettevano l’immagine nitida di chi l’attraversava. Quegli specchi erano proprio degli specchi, lucidi, nitidi, che ricoprivano tutte le pareti, compreso soffitto e, soprattutto, pavimento.

Camminare su un enorme specchio le dava un senso di vertigine. La stanza sembrava immensa anche se di fatto era piccolina e poco illuminata. Non si sentiva a proprio agio ma, allo stesso tempo, non voleva uscirne. Camminava in tondo, ogni tanto perdeva l’equilibrio ma lo riacquistava un attimo prima di finire per terra. Pensava che non era una buona idea quella di girare in tondo, prima o poi sarebbe caduta veramente, ma non smetteva, probabilmente per lo stesso insensato motivo che la portava a rimanere in un luogo così poco ospitale.

Andrea sorrideva osservandola, percepiva il flusso dei suoi pensieri. Rebecca sapeva che la fissava intensamente e sorrideva senza dire una parola. Andrea la leggeva dentro. Lo faceva sempre. Lo faceva da sempre. Avrebbe voluto fargli una domanda, forse più di una, ma si trattenne, tanto non avrebbe ottenuta risposta o, al massimo, le avrebbe sciorinato qualcosa del tipo che la risposta è solo dentro sé stesse. Ne era consapevole, ma in quel momento avrebbe voluto ascoltare altro. Le sue domande erano tante, troppe per una testa sola. Non riusciva a smettere, era più forte di lei pensare continuamente.

“Ma quante stanze ci sono in questa casa?”

Nessuna risposta.

“Da fuori sembra una vecchia casa coloniale, piena di salotti, arredata in modo classico, quasi antico. Ed invece, ho visto appena tre stanze completamente diverse tra loro, di cui due senza logica almeno per una casa. Come è possibile tutto questo?”

Nessuna risposta.

“Come può essere mia una cosa che non ricordo di aver comprato, ereditato, ricevuto in regalo?”

Non era riuscita a trattenersi dal chiedere, ma, come immaginava e come succedeva quasi sempre, non ebbe soddisfazione alle sue domande. Iniziava ad innervosirsi. Andrea stava quasi sempre zitto e quando parlava era sempre così enigmatico ed ermetico, sorrideva, sempre, la osservava continuamente. Iniziava a sentirsi presa in giro. Nessuna parola, non arrivava niente di niente ed il suo passo si faceva sempre più nervoso. Lui la guardava, in piedi, immobile, silenzioso, sorridente.

“Non mi muovo di qua finché non dici qualcosa, uffa!”

Andrea si sedette pacatamente sul piccolo pavimento in specchio, come se le sue parole fossero un invito a mettersi comodo perché sarebbero stati lì ancora un po’. Rebecca fece lo stesso. Si sedette. Di colpo, così di colpo che per un attimo temette di aver rotto il pavimento. Era arrabbiata. Era terribilmente arrabbiata. Si guardavano fissi, quasi si stessero sfidando fissandosi dritti negli occhi. Questo il pensiero di Rebecca. Andrea invece aveva semplicemente intuito che sarebbero stati lì ancora un po’ ed aveva deciso di sedersi.

Iniziò a guardare più attentamente la sua immagine riflessa. Gli occhi, le rughe, la pelle grassa, i punti neri, i capelli indefinibili, forse peggio del solito. Si riconosceva ma non del tutto, si piaceva ma non del tutto. Rimase immobile assorta tra i suoi pensieri, come davanti alla tazza di tè.

“Magari l’illuminazione mi arriva guardandomi intensamente. Con il tè non ha funzionato granché, ma cosa vuol dire, io sono decisamente meglio di una tazza di tè bollente.”

Consapevole di pensare sciocchezze, sorrise, si rilassò e decise di andare a vedere se la tazza di tè era ancora lì, come le altre volte. Si alzò di scatto senza dire niente, senza invitarlo a seguirla, era consapevole che non l’avrebbe mai lasciata da sola. Se da un lato, apparentemente, provava fastidio, dall’altro la faceva sentire al sicuro. Qualsiasi errore avesse commesso, non sarebbe mai stata sola.

Senzatitolo // 04

Il corridoio sembrava infinito, nero, disorientante. Non ritrovava più la strada, la stessa strada che aveva percorso poco prima. Possibile che nella stanza degli specchi si fosse trattenuta così a lungo? Sentiva di esserci rimasta giusto il tempo di arrabbiarsi e calmarsi, ed ora si trovava in mezzo ad un corridoio nero che sembrava non avere fine. Non trovava più neanche la finestra che dava sul parco. Iniziò ad agitarsi.

“Lo sapevo che mi sarei persa, me lo sentivo.”

Disse volgendo lo sguardo in direzione di Andrea, ma non era sicura che fosse lì perché si vedeva veramente poco.

“Tu sai, non ho bisogno di aggiungere altro.”

Non ebbe la forza di arrabbiarsi nuovamente di fronte all’ennesima risposta enigmatica. In realtà tutta la rabbia di poco prima era scomparsa nella consapevolezza che le sue parole erano più vere che mai e che la collera non poteva essere la risposta. Dedusse che calmarsi definitivamente era l’unica modo per ritrovare la strada sebbene non sapesse come fare.

Solitamente camminavano fianco a fianco, difficilmente c’era un contatto fisico tra loro. Erano profondamente vicini, lo erano le loro anime, tutto il resto era superfluo. Solo in rarissimi casi Rebecca aveva appoggiato la testa sulla sua spalla, quando erano seduti nel parco a chiacchierare o quando faceva domande alle quali lui rispondeva al suo solito, con enigmi più o meno ostici: brevi attimi di contatto, dove ritrovava la pace e la tranquillità e si sentiva al sicuro da tutto, anche da sé stessa.

Presa dai pensieri, si mosse quasi inconsciamente in quella che pensava essere la sua direzione per appoggiarsi ad Andrea. La sua altezza, maggiore di quella di Rebecca, rendeva perfetto l’incastro della fronte sulla spalla. Come sempre l’aveva accolta, immobile, senza abbracciarla, senza dire nulla. Il sollievo che lei cercava non era arrivato, tutte le sensazioni provate nel parco sembravano essersi trasformate entrando in quella casa.

Non si riconosceva più. Non era la prima volta che si sentiva spersa ed impaurita, ma questa volta ritrovare la via le sembrava molto più difficile. Neanche la presenza di Andrea le donava il solito conforto. Era tutto nuovo, anche la paura sembrava avere nuova forma colore e odore. Sapeva di dover ricominciare nuovamente, ma si chiedeva se avesse ancora la forza.

“Sapevo che mi sarei persa e lo sapevi anche tu.”

Pronunciava queste parole mentre sollevava la testa cercando il suo sguardo nella poca luce di quel corridoio che diventava sempre più grande ed ostile. Il solito viso, dolce e rassicurante come sempre, sorridente, accennò un no, senza aprire bocca, ma con una chiarezza che non lasciò dubbi.

“Vorrei sapere tutta questa sicurezza da dove ti arriva perché io non so cosa fare e come muovermi, però tu affermi che non mi sono persa. Sono ancora più confusa.”

Parlava guardandosi intorno, consapevole di non vedere niente, chiedendosi chi le avesse rubato la finestra sul parco mentre si ricordava che era uscita dalla stanza per andare a vedere se la tazza di tè fosse ancora là, al solito posto. Il buio l’aveva disorientata facendole dimenticare il suo strano proposito, anche perché adesso doveva concentrarsi sulla strada da ritrovare.

“È mai possibile entrare in una stanza per poi uscirne e vedere che una casa è cambiata nell’arco di… ma quanto tempo è passato da quando sono entrata in questa casa?”

Improvvisamente si rese conto che in quel luogo il tempo e lo spazio non seguivano le normali regole della fisica. Tutto, ma proprio tutto, era diverso, sembrava di essere in un’altra dimensione.

“Se guardi al passato ti perdi, se guardi al futuro trovi la strada.”

“Ecco il solito rebus da risolvere”, pensò. “Ma perché una tazza di tè è il passato?”

Sapeva che Andrea non le avrebbe risposto, per questo proseguì da sola il suo ragionamento.

“Tutto dipende da me, lo so, da qui devo ripartire, è che vorrei vederci per riuscire a non inciampare, almeno questo si può chiedere?”

“L’hai appena detto: tutto dipende da te.”

“Quindi lascio perdere la tazza di tè e vado a cercare l’interruttore della luce, ho capito. Però se cado aiutami a rialzarmi.”

Parlava e sorrideva. Era quello che aveva fatto fino a quel momento, aiutarla a rialzarsi ad ogni caduta, non avrebbe smesso proprio ora. Sorrise del suo dubbio immotivato.

Non c’era più rabbia, forse impazienza, sicuramente paura, voglia di tornare nel parco dove si sentiva al sicuro, ma anche la consapevolezza che non era il momento di farlo. Sorrise. Si guardarono. Prese una direzione a caso sebbene non ci credesse, al caso.

Quel corridoio infinito sembrava cambiare forma ad ogni passo. Ad ogni passo la paura scemava per far posto alla voglia di comprendere e al desiderio di agire. Andrea al suo fianco le infondeva sicurezza, come era sempre e da sempre. Finalmente era tornata anche quella sensazione.

Senzatitolo // 05

Improvvisamente non esiste. In realtà quello che definiamo improvvisamente è il frutto di un lavoro continuo e costante, di cui ad un certo punto vediamo il risultato. Non siamo abituati a ragionare in termini di interconnessione.

Rebecca lo aveva capito solo molto dopo essere arrivata in quel parco. Pensava di esserci finita improvvisamente e non capiva come avesse fatto e, soprattutto, cosa ci facesse lì. Quando vide Andrea la prima volta, le fu subito chiaro che quella gita fuori porta, come l’aveva definita all’inizio, non sarebbe durata poco.

Lo conosceva da un po’, non lo aveva mai visto di persona, non lo aveva mai avuto davanti agli occhi. Incontrò Andrea per la prima volta nel parco. Era più alto, più grande, forse. Non ne era sicura. Dall’aspetto sembrava anzi più giovane, mentre nel modo di parlare sembrava un vecchio e saggio profeta. Rebecca non gli aveva mai chiesto l’età, non le importava saperlo. Si conoscevano da sempre, nell’essenza dell’esistenza, il resto erano solo inutili dettagli. Lui non gliela disse mai. Di suo a malapena rispondeva alle domande che gli venivano fatte, figuriamoci perdere tempo a rispondere a quelle che non venivano neanche formulate.

“Ciao”

“Benvenuta”

“Dove sono? E come ci sono finita qui?”

Andrea sorrise, mentre la guardava in un modo così profondo da farla sentire quasi nuda, come se il suo sguardo potesse attraversarla, guardarle dentro. Rebecca non lo sapeva, ma quello sarebbe diventato il loro modo di comunicare: lei pone domande a cui lui non risponde e se risponde niente si chiarisce, anzi.

“Cominciamo bene. Posso sapere qualcosa oppure rimaniamo qui a guardarci senza proferire parola?”, chiese con il suo tono un po’ acido e nervoso. E mentre aspettava la risposta, che sembrava proprio non sarebbe arrivata a breve, decise che già che era lì, invece di stare ferma, poteva ammirare quel parco meraviglioso che comprendeva ogni genere di pianta. Non aveva mai avuto il pollice verde e non sapeva curare le piante, ma le piacevano. In particolare quelle sembravano vive in un modo indescrivibile: a guardarle si aveva la sensazione che ognuna avesse una storia.

Rebecca credeva alle sue sensazioni. In genere non l’avevano mai tradita. Iniziò a camminare e lui la seguì. Non sapeva quanto tempo era passato girovagando in quei viali puliti e ordinati. Ad un certo punto tentò di nuovo. Si fermò di colpo, si girò di scatto e gli chiese, sempre con lo stesso tono, forse un po’ più nervoso, se avesse cortesemente voglia di rispondere alla sua domanda. Andrea sorrise e Rebecca, nota tra tutti i suoi amici per non essere una persona paziente, si innervosì del tutto.

Non aveva fretta di andarsene e non si preoccupava di far sapere dove fosse finita, le dava proprio fastidio non capire cosa stesse succedendo, sembrava che la sua vita non fosse più sua. Andrea riprese a camminare, lasciandola indietro. Non la invitò ad andare con lui, tanto sapeva che l’avrebbe fatto. Rebecca osservava il suo passo lento e calmo, costante e ritmico, in un qualche modo le dava sollievo, le trasmetteva la sensazione che non c’era fretta che tutto sarebbe stato chiaro al momento giusto, e improvvisamente si rilassò.

In quel preciso momento ebbe la sua prima conferma: Andrea si voltò e le sorrise, un’altra volta, ed in quel sorriso lei ci lesse un “È proprio così, ogni cosa a suo tempo”. Loro si parlavano da sempre con il cuore. Ecco perché lui usava poco le parole e quando lo faceva non erano mai a caso. Sebbene Rebecca lo sapesse, capitava a volte che la sua impazienza glielo facesse dimenticare, accadeva lo stesso in situazioni altrettanto importanti.

Riprese a camminare per raggiungerlo. Lui l’aspettò e ripresero la loro passeggiata nel parco uno affianco all’altra. Rebecca si rilassò del tutto, distese i nervi e la testa, godendo di quei colori e odori. Andrea iniziò a parlare.

“Questa è opera tua. Ogni pianta che vedi l’hai creata tu.”

Si fermò incredula ad ascoltare quelle parole ed il suo primo pensiero fu che neanche distingueva una pianta da un’altra figuriamoci seminarle e farle crescere. Per lei erano delle bellissime piante ed i fiori avevano bellissimi colori, oltre non sapeva andare. Andrea sapeva perfettamente cosa le stava passando per la testa ed aggiunse solamente

“Non guardare con gli occhi, vai oltre.”

“Se la tua spiegazione è tutta qui, abbiamo già un notevole problema perché io non ho capito proprio niente.”

“Non puoi capire se non fai come ti dico: non guardare con gli occhi, vai oltre.”

“Ed esattamente come si attuerebbe questa cosa?” chiese acidamente.

Erano fermi l’uno davanti all’altro. Andrea si voltò e riprese a camminare. Rebecca era consapevole di essere stata molto scortese e di non essere affatto propensa ad ascoltare discorsi filosoficamente difficili. Soprattutto non aveva voglia di chiedere scusa per il suo modo. Si sedette per terra, rimase sola. Andrea continuava a camminare non curante del fatto che si fosse fermata.

“Il parco non è chissà quanto grande, prima o poi ripasserà qui davanti” pensava seduta, appoggiata al recinto di un’aiuola. Una foglia di una pianta, sporgendo oltre il limite artificiale fatto di ferro e legno, le accarezzava il viso. Sembrava proprio che quella pianta volesse consolarla, che il parco le dicesse “ci sono io e non sei sola”.

Senzatitolo // 06

Quanto tempo era passato dal suo arrivo nel parco, dall’entrata nella casa e dall’arrivo al piano di sopra non lo sapeva, non ne aveva la più pallida idea. Non si era mai preoccupata prima di questa cosa, ma il nero e infinito corridoio iniziava a renderla impaziente. Non aveva paura, ma la pazienza non era mai stato il suo punto forte e non sarebbe cominciato ad esserlo in questo momento visto l’aspetto poco rassicurante di quel corridoio.

“Si può riavere la finestra? Almeno con la finestra avrei un punto di riferimento. Mi sembra di essere caduta in un buco nero. Chissà se i buchi neri sono così. Non credo sia mai tornato nessuno da un buco nero per raccontarlo.”

Straparlava e sorrideva da sola. Fare pensieri demenziali l’alleggeriva e la distraeva dal fatto che stava camminando da un tempo indefinito in un corridoio infinito.

“Mi spiace deluderti ma non sono qui per far apparire o sparire finestre” rispose inaspettatamente Andrea. Lei parlava ma di certo non si aspettava di fare conversazione.

“Ed io che credevo che tu ci avessi i poteri” aggiunse volutamente in un italiano sgrammaticato per ribadire il sarcasmo che stava dietro le sue parole. Sorrise. Ancora una volta non era pronta alla risposta.

“Li ho, ma non quelli che pensi tu.”

Non la sorprese la risposta enigmatica, la sorprese ricevere così tante risposte consecutivamente. Non osò aggiungere altro, sapeva che ogni curiosità seria in merito a quello che Andrea le aveva appena detto non avrebbe ottenuto soddisfazione. Si tenne i suoi pensieri e ricevette un inaspettato “Tanto lo sai di cosa sto parlando”.

Rebecca aveva perso il conto di tutte le cose che non sapeva di sapere. Ormai non si stupiva neanche più di quel tipo di affermazioni, attendeva che qualcosa le si chiarisse pian piano, avanzando in quello strano viaggio. Era capitato di avere qualche illuminazione parziale, come le chiamava lei, e aveva capito che attendere era l’unica cosa sensata da fare anche se era, ovviamente, quella che le riusciva peggio e che sopportava ancora meno. Le sarebbe piaciuto avere le risposte, tutte e subito. Ma forse il tutto subito non era la giusta strada per apprendere. Nell’inseguire questi pensieri la sua impazienza aumentava a dismisura. Sapeva che c’era del vero in certe affermazioni, ma sapere spesso non basta, la sola conoscenza non dà i mezzi e i modi per affrontare certe situazioni, come accade ad esempio ad un’impaziente cronica per la quale trovare la pazienza è un sforzo immane, un gesto che sembra non le si addica.

“Non sono sicura di voler proseguire. Se volessi fermarmi, uscire, andarmene posso farlo?”

Neanche il tempo di pensarlo, che il silenzio alla sua domanda la accolse puntuale. Si girò per guardarlo e si mise a ridere da sola. La risposta era talmente scontata che era più che ovvio che Andrea non aveva proferito parola. Se avesse voluto fermarsi si sarebbe potuta sedere esattamente dove era, ma cosa avrebbe concluso? Per uscire o andarsene avrebbe dovuto trovare il modo di farlo: doveva uscire dal corridoio e ritrovare la strada per l’atrio. Ma così facendo non avrebbe guardato al futuro, anzi.

“Ok, va bene, mi sono risposta da sola, ma si può avere un aiutino. Ci sto provando a non essere impaziente, a osservare, ad andare oltre il guardare con gli occhi, ma la situazione è un tantino complicata, se potessi darmi una mano te ne sarei veramente grata.”

Non parlò in modo sarcastico, né acido o nervoso. Andrea la trovò particolarmente simpatica ed apprezzò il modo in cui cercava di andare oltre sé stessa e i propri limiti, lo sforzo con cui aveva mantenuto un tono pacato e gentile nonostante il turbinio di emozioni che provava.

“Chiudi gli occhi e avanza.”

“Stai cercando di uccidermi? Già non vedo niente così, se chiudo gli occhi mi ammazzo sicuro.”

La rimproverò con lo sguardo per essere subito caduta nel suo scetticismo.

“Riformulo, scusa. Dicevo che già ci vedo a malapena così, se chiudo gli occhi rischio di farmi male.”

“Se non ci vedi poco importa se gli occhi sono chiusi o aperti.”

Senzatitolo // 07

La pianta continuava ad accarezzarle la guancia, ma Rebecca iniziava a perdere la speranza di vederlo riapparire. Forse il parco era più grande di quello che credeva. Rimaneva lì, indecisa se continuare a crogiolarsi mentre riceveva quelle coccole così singolari o alzarsi e riprendere a camminare. Non riusciva a quantificare da quanto tempo Andrea l’avesse lasciata sola. Era indispettita, trovava inaccettabile che l’avesse abbandonata in quel modo e allo stesso tempo si sentiva così sciocca per la sua reazione. Neanche più si ricordava il motivo per cui si era seduta di botto senza seguirlo più.

Questa si chiama sciocchezza, arrabbiarsi per un nonnulla è essere sciocchi, se poi neanche ti ricordi le motivazioni vuol dire essere doppiamente sciocchi. Questi pensieri continuavano a frullare per la testa quando ad un certo punto ecco la sua voce:

“Cerca di non essere così dura.”

“Non vale se mi leggi nella testa, così non ho più privacy.”

“Ti leggo in faccia, sei un libro aperto. Nella tua testa è meglio non entrarci.”

Dentro di sé rideva mentre manteneva un atteggiamento da offesa ed inaspettatamente sentì queste parole:

“A me interessa entrarti nel cuore. È il cuore che va seguito, la testa è un accessorio che a volte è bene non usare.”

“Va dove ti porta il cuore” e mentre pronunciava queste parole si rese conto che stava banalizzando un concetto che si sarebbe rivelato molto più complicato. Ebbe questa profonda percezione e le parole di Andrea le confermarono i suoi pensieri:

“Non confondere la banalità con la semplicità. E non pensare che difficile significhi complicato.”

Sul viso di Rebecca prese vita un’espressione totalmente perplessa mentre Andrea continuava in un discorso che sembrava un po’ lungo per i suoi standard.

“So che hai capito quello che ho detto, come so che sai perché sei qui e quali sono i prossimi passi da compiere.”

Fu in quel momento che Rebecca apprese, per la prima volta, di sapere cose che neanche immaginava di sapere e che, nel tempo, sarebbe diventata una lunga lista. L’espressione perplessa non accennò ad andarsene dal viso mentre il cuore accoglieva una strana serenità, insolita per il suo modo di essere ed altrettanto insolita in quella precisa situazione.

“Io ho creato tutto questo, come avrò fatto?”

Questi pensieri continuavano a girarle vorticosamente in testa mentre avanzava con Andrea nel parco. Ogni pianta appariva rigogliosa, colorata, incurante del tempo e delle stagioni. Quasi le sembrava che ognuna di queste la riconoscesse e salutasse.

“Siamo soliti pensare che determinati percorsi siano predestinati e fissi” Andrea cominciò spontaneamente a parlare e Rebecca si trattenne nonostante avesse un’infinità di domande, non voleva infastidirlo pur sapendo che il discorso si sarebbe rivelato filosoficamente difficile. Era curiosa di sentire il resto.

“La vita è molto più complicata, ci sono milioni di strade e una stessa strada è diversa a seconda degli occhi che la guardano.”

Il discorso le sembrò improvvisamente quasi semplice, per la prima volta dal suo arrivo sentì che i loro pensieri erano affini, anche se ancora non comprendeva la motivazione del perché si ritrovasse lì.

“È così importante sapere perché sei qui?” le chiese improvvisamente. Sobbalzò, tanto era assorta nei suoi pensieri.

“Allora ho ragione mi leggi nel pensiero? Questa cosa non è corretta!”

“Dovresti vedere l’espressione che hai sul viso.”

Rebecca lo guardò con un’espressione buffa e dubbiosa. Andrea scoppiò a ridere. Così non sapeva se arrabbiarsi del tutto o ridere.

“Sono così un libro aperto?”

“Abbastanza.”

“Non è un bene… uffa.”

“È una cosa meravigliosa, invece. Non perdere mai questa caratteristica, non cambiare mai.”

Rebecca non capì, ma rimase colpita da una tale apertura. Decise di non riversargli addosso tutte le domande che aveva nella testa, non perché temeva di non ricevere risposta, ma per non rovinare quel momento. Per un po’ camminarono in silenzio. Guardò il cielo, sembrava dovesse eternamente tramontare. C’era una luce particolare e solo in quel momento si rese conto che c’era sempre stata quella luce.

Quel posto era magico. Chissà se la magia esisteva. Fu a quel punto che i loro sguardi si incontrarono e nei suoi occhi lesse “questo è solo l’inizio e non è una magia, è vita”. Fu un attimo. Continuarono a camminare senza più guardarsi. Respiravano quei colori e odori a cui non serviva aggiungere altro. Almeno per un po’.

Senzatitolo // 08

Ripetere un viaggio non è mai facile. La prima volta ci accompagna l’incoscienza, quella sana dose di ignoranza che non ci fa preoccupare più di tanto di quello che stiamo facendo. Ripetersi è tutta un’altra storia.

Nel ripetersi c’è la paura delle difficoltà che si sa incontreremo, il timore della delusione della meta. Il ripetersi si accompagna ad un carico oscuro che non possiamo fare a meno di portarci dietro, anche se non vogliamo.

L’oscurità avvolge tutto, almeno per un po’ e nell’oscurità non riconosciamo niente e nessuno, forse a malapena sappiamo chi siamo. Iniziava a comprendere che quel corridoio scuro in realtà era una protezione e non una minaccia. Non doveva tornare indietro e ripetere i suoi passi, doveva avanzare. Quel luogo, quella casa, le stava parlando: era arrivato il momento di farsi guidare, senza più perdere tempo ed energie a lottare contro ogni più piccolo avvenimento.

Non siamo abituati a lasciarci guidare, a lasciarci andare. Cresciamo convinti che dobbiamo difenderci da tutto e da tutti. Le ferite della vita rafforzano questa convinzione. Non è sempre così. Non chiese conferma delle sue sensazioni ad Andrea, non ne sentiva il bisogno. Aveva addosso uno strano senso di sicurezza, come non capitava da un po’ o forse da mai.

Si sedette, per terra, al buio. Il suo unico scopo era riprendere fiato e trovare dentro di sé la forza di buttarsi, di non pensare più al parco, alle stanze che aveva visto, tutto ormai era passato. Lei era lì per compiere un viaggio. Questo era chiaro. Era inutile pensare al passato. Non avrebbe capito lo scopo del suo percorso continuando a guardarsi indietro, a ripetere le stesse cose, a non andare oltre i soliti luoghi. Ci voleva tanto coraggio e sentiva di non averne abbastanza.

“Non è così. Sei più coraggiosa di quel che credi.”

Le parole di Andrea non la stupirono solo per il loro significato, ma, soprattutto, perché lui stava parlando.

“Potrebbe essere un buon punto di partenza: renderti conto di chi sei.”

“Iniziavo a credere che capire chi sono sarebbe stato il punto di arrivo e non di partenza. Deduco che sono ancora molto lontana dalla meta.”

“Oppure ci sei più vicina di quel che credi.”

“Mi sembrava strano fossi eloquente per troppi minuti di fila.”

Al buio risero entrambi. Buio o luce, futuro o passato certe cose non cambiano mai, pensarono. Un legame è un legame, può cambiare forma ma la sostanza non muta.

“Come faccio a rendermi conto di chi sono?”

Parlava a voce alta per riordinare i pensieri, non si aspettava di ricevere risposte o suggerimenti.

“Pensa al parco.”

Quando meno te lo aspetti, ecco che arrivano le risposte.

“Pensa al parco” disse Andrea “Chi credi l’abbia creato?”

“Non ho neanche capito dove sono, tu continui a dire che tutto questa è opera mia. No, non mi hai chiarito le idee.”

“Fidati.”

Pensava che avrebbe voluto riflettere sulle parole di Andrea stesa su un divano, al caldo, nel totale relax. Invece era al buio seduta per terra, ma non sentiva freddo, né aveva più paura come prima.

Nel dubbio di chi o cosa fidarsi, decise che si sarebbe fidata di tutto. Di sé stessa, di Andrea, di quel luogo. Non perché sentiva di non avere scelta, ma perché sentiva il suo cuore riscaldarsi sempre più, come se dentro le stesse nascendo un nuovo sentimento, una nuova Rebecca.

Senzatitolo // 09

Pensare al parco non è tornarci e rimanerci. Pensare al parco equivale a comprendere da dove arrivo per compiere nuovi passi.

Lo ripeteva nella mente nel tentativo di districare i pensieri tra il senso del passato, presente e futuro. Se non devo guardare con gli occhi non dovrò neanche pensare con la testa, altrimenti non compio nuove azioni ma ripeto in ordine più o meno variato gli stessi passi.

Capire e agire non vanno sempre di pari passo. Faticava a concretizzare quali azioni mettere. Rimaneva solo l’istinto. Si alzò da dove era e cominciò a camminare.

Andrea sicuramente le sarebbe stato vicino e la direzione non importava più di tanto, ogni percorso sarebbe stato un altro pezzettino del puzzle che componeva questo viaggio.

Fiducia e coraggio erano le parole che l’accompagnavano, la paura non mancava ma non la faceva da padrona. Continuava a crescerle dentro quel calore, quella forte sensazione che qualcosa stava cambiando.