Atto dovuto verso me stessa.

Quando mi sono iscritta al corso, avevo moltissimi dubbi, non solo per quanto riguarda la parte economica.
Al di là della spesa di andare avanti e indietro, e di pranzare fuori, mi chiedevo se l’ennesimo corso avrebbe avuto senso, in fondo con Bikeitalia avevo fatto tutti i corsi possibili di meccanica (tranne quello sull’e-bike), cosa avrebbe potuto aggiungere questo?
Il motivo principale per cui ho deciso di iscrivermi è stata la necessità di un periodo cuscinetto tra il mio attuale lavoro e quello definitivo di ciclomeccanica, durante il quale avrei rimesso mano a tutte le cose che sapevo e che non sapevo, per approfondire e chiarire ogni possibile dubbio in merito.
Quello di cui ero certa è che, come per tutti i corsi, la pratica non sarebbe mancata, e neanche l’assistenza. Da quel punto di vista ero tranquilla.

Dopo tre lunedì (in totale sono dodici), posso affermare che ho fatto bene.

Ho già risolto alcuni argomenti per me ostici e ripassato altri con cui ho già più famigliarità. Inoltre siamo solo in sei (oltre il prof), l’ambiente è amicale e non competitivo: forse noi sei non ci si rincontrerà più alla fine di questo percorso, ma è comunque un pezzo di vita che si condivide, un percorso che ci accompagnerà ancora per qualche settimana, e dal punto di vista umano sono molto contenta.
Sarà che ne sento fortemente la mancanza nel mio attuale posto di lavoro, da ritenere la componente umana molto importante.

Dopo il primo giorno di corso, è partita la crisi, quella brutta: soldi in primis, ma anche energie.
E se, per quanto riguarda i soldi, in parte e temporaneamente ho risolto, per quanto riguarda le energie la situazione è più complicata.
Il problema non è tanto salire e scendere da Monza: per fortuna ho diverse cugine a Milano, ed una oramai mi ha adottato. Salgo la domenica, dormo da lei, così arrivo al corso più riposata. E poi rientro a casa il lunedì sera direttamente da Monza.
Inoltre si sono armonizzati diversi fattori: ho trovato un locale vegano molto economico vicino alla sede di Bikeitalia, dove si mangia molto bene (sono vegetariana, allergica al latte e la cucina vegana mi permette di mangiare senza preoccuparmi degli ingredienti… Anzi il casino è sempre scegliere, la cucina è ottima) e il corso, ad oggi, non è mai finito tanto tardi permettendomi di essere a casa a Genova per le 21.
Tutto perfetto, in apparenza.

Attrezzatura per filettare telai e forcelle.
Attrezzatura per filettare telai e forcelle.

Il problema è che mi sento divisa.

Tra la mia vecchia vita, che non mi va più, come un abito troppo stretto o troppo largo, e il mio futuro lavoro, che richiede tempo e cose da organizzare (compresa la vita social e il blog che un po’ ne sta risentendo): nel mezzo tra queste due vite disperdo energie.

Ecco questa fase non l’avevo prevista, non così.
Pensavo che il fatto che il mio attuale lavoro comunque mi piacesse ancora avrebbe sopperito alle varie mancanze. Ed invece non basta più.
È anche una fase parecchio complessa di suo, senza bisogno di ulteriori bonus (come li chiamo io).
Cosa intendo?
Scrivo dal letto: ho preso di nuovo l’influenza, al corso ci sono andata con la febbre per non incasinare tutto dovendo recuperare la giornata in altro momento (non ho neanche chiesto se era possibile a dire il vero perché per me sarebbe stato un grosso caos). Influenza vuol dire mutua, e no non posso scrivere proprio tutto visto che questo blog è uno spazio pubblico nel web, vi lascio immaginare quello che state immaginando.
Ma questo sarebbe anche un bonus piccolo, superabile (dovrei essere abituata a certi atteggiamenti, dovrei… Ed invece a quasi 40 anni ci sono volte che mi sento ingenua come Pollyanna).
Quello che proprio non ce la faccio più a sopportare sono i fautori del lasci il posto fisso insieme alla nuova categoria ma il lavoro che vuoi andare a fare non mi piace che si alterna con la sempreverde ma aggiustare biciclette non è un lavoro è un hobby. Esistono poi diverse varianti, come l’altro sempreverde che a Genova (e per estensione in tutta la Liguria) nessuno usa la bici (ovviamente non è così).
Sono circondata da molti amici che mi dicono che dovrei fregarmene, che la Vita è mia. Lo so, io lo so che loro hanno ragione, che la Vita è mia, ma – e scusate il francesismo – a forza di fregarmene mi si sono sfracellare le ovaie.

Il posto fisso non esiste.

Non intendo dilungarmi nella spiegazione di questa frase, so che chi è sulla mia stessa lunghezza d’onda capisce cosa intendo (per tutti gli altri: lavoro per una società privata e non pubblica).
In più, la molla, una delle molle, che mi ha fatto decidere è stata per non vedere mai la pensione ha senso continuare a lavorare qui? Mi vedo dipendente tra altri 10 anni a fare queste cose? E senza entrare nello specifico dei problemi del mio posto di lavoro, la risposta è stata No!, e sono stata fortunata perché ho trovato una strada. O meglio…

È dieci anni che lavoro per capire cosa voglio fare della mia vita: fortunata sì, ma la fortuna va anche aiutata.

Se il mio futuro lavoro non vi piace, pazienza.
È il mio futuro lavoro, deve piacere a me.
Per quanto riguarda il discorso hobby e non hobby, dovrei scrivere il post nel post.
Non ho idea se sia un fenomeno tutto italiano, oppure è più diffuso, ma per quello che vedo io c’è un problema serio: la totale mancanza di competenze.
Si passa da chi pensa che non servano e che tutti possono improvvisarsi, a chi ne richiede troppe che è come non richiederne nessuna.
(Sull’argomento proprio oggi Simone ha scritto questo: da leggere)
Sono sempre stata una persona estremamente duttile sul lavoro: so fare diverse cose, alcune meglio alcune peggio, e di recente mi sono rifiutata di impararne di nuove che non c’entravano niente con il mio ruolo. Inutile dire che questa cosa non è stata capita, adottando la vecchia scusa che l’azienda è piccola e tutti devono arrangiarsi a fare tutto. La mia risposta è stata fino ad un certo punto con tanto di argomentazioni precise, a cui nessuno ha avuto il coraggio (gli argomenti) di controbattere.
La stessa cosa per le biciclette: ne esistono tante, diversi sistemi, diversi mondi. Finché ognuno si aggiusta la propria unica bici ci può stare (anche se leggo cose che fanno sanguinare gli occhi), ma basta andare in realtà dove la bici è un mezzo di trasporto tanto quanto l’auto o lo scooter, e ci si rende conto che sì, fare la ciclomeccanica è un lavoro.

Che poi io abbia deciso di rischiare in Liguria, credendo in me stessa e nella mia regione, dovrebbe essere motivo di orgoglio e ispirazione e non disfattismo.

Ma soprattutto, non dico di stendermi il tappeto rosso, non sto di certo salvando il mondo, ma contare prima di esprimere di un’opinione no?
Ho questo blog, scrivo i fatti miei online, nella speranza di essere di ispirazione ad altri che stanno affrontando scelte difficili e/o voglia di cambiamento, mi espongo e esponendomi me ne sto anche dei commenti, ma se questi fossero un pelino più costruttivi io sarei tanto contenta.
Lo so che si sente il tono polemico/sarcastico. Prendetemi così. Facciamo finta sia colpa della febbre che sale e scende come uno yoyo e mi ha cotto il criceto nella testa, insieme a tutta la ruota.

In tutto questo delirio, anche per rispetto e gratitudine a tutti coloro che mi sostengono tutti i giorni, a chi ha letteralmente aperto il portafoglio per darmi una mano e dirmi di non mollare proprio ora, ho deciso di concentrarmi sui lati positivi di tutto questo periodo veramente, ma veramente incasinato.
Come scrivevo prima sono ingenua come Pollyanna, ed allora facciamo il gioco della felicità come Pollyanna (se volete potete chiamare la neuro).

L’umanità che si vede e si vive viaggiando.

Al momento non sono grandi viaggi, e soprattutto è sempre lo stesso, anche senza Wilma per queste prime settimane, eppure mi ci perdo nell’osservare la vita: i pendolari che da Pavia lavorano a Milano, i ragazzi che vanno a scuola, i carciofari che scappano dal capotreno.
Solo ieri, si vede che ho la faccia che ispira, quattro persone diverse mi hanno chiesto informazioni.
Sto diventando espertissima dei pro e dei contro dell’acquisto dei biglietti online e, avendo scaricato l’app dell’atm di Milano, sono informatissima dei disservizi della metro anche quando in settimana sono a Genova.
A proposito, amici milanesi, avete un ottimo servizio pubblico, non lamentatevi, fidatevi di me.

La mia autostima.

Il corso non è solo di meccanica ciclistica, ma è un percorso a puntate per curare e rafforzare la mia autostima.
I motivi sono principalmente due.
Il primo è che ogni volta che faccio un lavoro meccanico sono a mio agio, ed anche se non mi viene alla prima non ho timore di sembrare imbranata. Inoltre, più passa il tempo, più esprimere dubbi su cose che non mi sono chiare sta diventando naturale.
Lo so, dovrebbe essere così, in fondo sono lì per imparare, ma la componente unica donna si fa sentire ogni tanto.
Il secondo è che giro Milano a piedi (o quasi).
A casa di mia cugina spesso ci arrivo camminando, e camminare in una città che ho sempre visto come immensa, senza paura di perdermi, mi fa sentire ogni volta più sicura di me. L’aiuto di maps fa la sua parte, lo ammetto, se no starei ancora a vagare in tondo, visto che è tutta piatta. Ma è più il non avere paura di andare che fa la differenza.

E questo lo devo a Wilma. Prima di viaggiare in bici, tante cose non le facevo per paura di affrontare cose e situazioni che consideravo per me inarrivabili.

Sto scoprendo quanto è bella Milano.

Non ci vivrei. Se considerate che voglio andare a vivere in una città ancora più piccola di Genova, capite bene che Milano non fa per me. Però sto scoprendo una città che non conoscevo: piena di verde, più di quel che si crede.
Le zone che vivo sono tra la stazione Centrale e Lambrate, quindi zone centrali e sarà sicuramente una minima parte, ma comunque una parte che non conoscevo e sto imparando ad apprezzare.

Monza è bella.

Sarà una banalità, ed anche una valutazione puramente soggettiva, ma mi piace. E sono dell’idea che se un posto ci piace esteticamente, migliora anche la qualità del tempo che ci passiamo.

La solidarietà.

Come scrivevo non mancano commenti senza capo nè coda, ma allo stesso tempo ne ho ricevuti, e continuo a riceverne, tanti di solidarietà e sostegno.
Inoltre, in questi ultimi giorni, ne ho ricevuti alcuni da parte di chi, leggendomi, ha deciso di darsi al ciclismo urbano. Essere d’ispirazione è una responsabilità, ma anche una grande emozione.

La determinazione.

I momenti di crisi servono a una cosa sola: a chiederci quanto realmente vogliamo ottenere un certo risultato, a domandarci quanto siamo sicuri della strada intrapresa.

E tirate le somme, raccolti i pensieri, ritrovate le forze, la risposta è sempre la stessa:, da grande voglio fare la ciclomeccanica.

Tra i lettori di questo post ci saranno tanti tipi di persone: chi da tempo ha trovato la sua strada e non la vuole cambiare perché è felice, oppure perché anche se infelice è una strada sicura; chi la sua strada la sta ancora cercando ed è confuso; chi pensava di averla trovata e gli è svanita sotto i piedi; chi l’ha trovata ma ha mille dubbi, e troppi consigli non richiesti.

Ho impiegato dieci anni a trovare la mia di strada: in questi dieci anni ho provato a fare tutto quello che ritenevo giusto fare, passando per una mostra, pensando a mettere su un’associazione culturale, sono stata in proprio, sono diventata dipendente.
Ogni volta che una strada non si rivelava per quello che avevo immaginato, ogni volta che non la sentivo più mia, lasciavo perdere.
Mi sono sentita dire tante cose, per troppo tempo ho anche dato retta a tutte quelle cose lì.
Se sono oggi quella che sono lo devo a tutto questo, ma non accetto più giudizi gratuiti del tipo tu te lo puoi permettere oppure ma chi te lo fa fare: sono scelte personali. E per inciso, io non me lo posso permettere, me lo voglio permettere. Perché anche se è difficile, anche se a volte è dura, anche se non avevo calcolato l’immensa quantità di energia che avrebbe richiesto fare questo ultimo corso, come ho detto/scritto tante volte, provarci è un atto dovuto verso la mia stessa vita.

Come la pensi...