Sei stata geniale, hai creato un brand dal niente, ma non hai un modello di business.

Questa frase mi è stata detta da un mio amico, esperto nell’ambito digital marketing, dopo la mia affermazione (scusate il francesismo) sono una cogliona, continuo a regalare la mia esperienza e non la monetizzo.

Senza falsa modestia è molto più quello che regalo di quello che mi faccio pagare. È facile capire come si conclude questa cosa: il conto in rosso. È vero, è la mia indole, mi piace divulgare e condividere, trovo estremamente difficile comprendere il limite, anche se in diverse occasioni ho affermato il contrario.
Non nascondo che tutto dipende da come le persone si pongono con me, ma se c’è educazione e rispetto, sincera curiosità, partono le mie spiegazioni super dettagliate, la materia bicicletta mi appassiona e mi piace insegnare. Ma insegnare è anche un lavoro, io stessa ho creato i miei corsi di formazione in ciclomeccanica. E qui il sistema va in corto circuito.

Così ho ragionato molto su quello che mi è stato detto, sono partita da effettivamente ha ragione per arrivare ad un manco per il *bip* (meglio se mi censuro).

Prima di aprire mi sono preparata per quasi due anni, ho fatto conti, progetti, previsioni e obiettivi, avevo chiaro dove volevo arrivare e come. Quindi non è vero che non ho un modello di business. Se proprio dobbiamo trovare l’errore, questo risiede nell’attuazione.

Prima di continuare voglio fare una precisazione: il discorso che segue è applicabile ad un’impresa come la mia, individuale, dove ti ritrovi a fare tutto. (C’è chi dice che da solə non si va da nessuna parte: il mio commento a questa affermazione lo trovate in fondo a questo articolo.)

Sul podcast c’è una puntata, la numero 8 (audio pessimo ma ero all’inizio), dove racconto di cosa vuol dire trasformare una passione in un lavoro e di come l’ideale si scontra con il reale. Nel momento in cui passi dalla semplice passione ad un lavoro vero e proprio, subentrano tutte le responsabilità del caso ossia, detta semplice, far quadrare i conti.

Quindi, dal niente, ho creato un brand ed ho imparato tutto da sola sia perché non avevo grandi capitali da investire in corsi (oltre quelli di ciclomeccanica) sia perché un’attività come la mia non esisteva (esistono negozi di vendita con annessa ciclofficina e sono un’altra cosa). Ho creato tutto dal niente mentre incontravo solo persone che mi sconsigliavano di farlo.

Altra nota: non ho avuto la possibilità di fare gavetta in una ciclofficina, perché nessuno volevo insegnarmi. E questa volta l’uso del maschile non è a caso: sono tra le pochissime donne in tutta Italia a fare questo mestiere. Qualche anno fa ho provato a contare quante siamo e non sono arrivata a dieci (mi riferisco ad attività commerciali vere e proprie, femminili, non a chi aggiusta bici per passione).

Dicevo, ho studiato comunicazione e marketing, blogging e social, ciclomeccanica, che cos’è e come si fa un business plan. Ho evitato di approfondire dettagliatamente la materia economia (anche se mi affascina molto) ed ho studiato i tipi di tassazione, il regime fiscale con cui aprire e tutto ciò che serve a far funzionare questa tipologia di attività. Mi sono domandata cosa volevo che il mio brand rappresentasse, che business volevo creare e mentre tuttə intorno mi dicevano ma sei pazza, cosa fai io sono andata avanti, ho aperto la mia ciclofficina che nel giro di pochissimo ha raggiunto una certa popolarità e non ha mai smesso di lavorare. Tutto questo vivendo da sola, con due affitti a carico (casa e ciclofficina) e annesse tutte le spese del caso.

Nel mentre nessuno voleva spiegarmi alcunché ed io imparavo: ho sbagliato prezzi, preventivi, ordini dei ricambi. Lo ammetto, quando mi chiedono di spiegare cose che ho imparato sulla mia pelle (letteralmente) sono sempre molto divisa. Cerco di non fare ad altrə quello che io ho subito, ma ricerco il limite tra regalare e farmi pagare. Il sistema è di nuovo in corto.

So che può sembrare che mi stia giustificando, ma non è il mio intento. Sono estremamente orgogliosa di chi sono, del percorso fatto e quando insegno mi ritrovo spesso a pensare wow, ne ho imparate di cose in questi tre anni.

Quello che vorrei dire, e non so se ci sto riuscendo, è che serve un bagno di realtà.

Sulla carta puoi studiare tutti i modelli di business che vuoi, ma poi c’è la realtà quotidiana.

Da un lato i conti da fare quadrare e dall’altro un sogno da realizzare, divisa tra quello che nessuno ha mai avuto il coraggio di creare e le spese da pagare. Di recente ho scoperto che anche in Europa non esistono tante attività come la mia, dove esegui esclusivamente riparazioni senza vendere neanche un ricambio.

Potrebbe venire il dubbio che allora io abbia scelto il business sbagliato, se non ce n’è vuol dire che non funziona. Oppure potrebbe voler dire che la mia è un’attività estremamente innovativa. Come si fa a sapere questa cosa in anticipo? Non si può.

Finché non cominci non hai idea di come si muove il mercato, soprattutto se stai tracciando un strada nuova. Qualsiasi ragionamento a monte rimane una previsione da confermare o da smentire.

La sensazione è che spesso non si sa cosa vuol dire sporcarsi le mani, metaforicamente ed anche letteralmente parlando. Quello che chiamano modello di business, ad esempio, io li chiamo conti della serva: sai quali sono le tue spese, sai quanto dovresti guadagnare e che stile di Vita desideri, attui una strategia per ottenere tantз clienti da realizzare quel guadagno.

In fondo se avessi dovuto adottare il modello di business applicabile alla mia attività, non avrei neanche aperto, perché quello diceva il mercato. Ma nonostante tutte le difficoltà rimango convinta di aver creato un’attività innovativa.


Nota a margine: da solə non si va da nessuna parte. In tutta onestà non è neanche così facile trovare compagnia, qualcunə che condivida ideali e obiettivi. A volte la solitudine non è una scelta. Non si può neanche rinunciare perché si è solə, serve sicuramente più coraggio e anche più follia, soprattutto se come nel mio caso non si hanno le spalle coperte. A volte la solitudine è anche una scelta: dipende da che tipo di azienda vuoi costruire, non tuttə se la sentono di fare le/gli imprenditrici/tori. Insomma, come al solito, gli assolutismi mi lasciano dubbia.