Alla ricerca del ritmo perduto.

ritmo s. m. [dal lat. rhythmus, gr. ῥυϑμός, affine a ῥέω «scorrere»]. – Il succedersi ordinato nel tempo di forme di movimento, e la frequenza con cui le varie fasi del movimento si succedono; tale successione può essere percepita dall’orecchio (con alternanza di suoni e di pause, di suoni più intensi e meno intensi, ecc.), o dall’occhio (come alternanza di momenti di luce e momenti di ombra, di azioni e pause, di azioni fra loro simili e azioni di diverso tipo, ecc.), oppure concepita nella memoria e nel pensiero (…).
Successione ordinata, a regolari intervalli di tempo, con cui si svolge un fenomeno, si sviluppa un organismo (…).
Frequenzadi successione di un fatto, di un fenomeno, cioè il numero delle volte che esso si ripete entro un certo tempo (…).

Secondo Treccani queste sono alcune delle definizioni* di ritmo, e la ricerca di ritmo nella mia vita è uno degli obiettivi più difficili che mi sono posta, e che (forse) non sto raggiungendo.

Tre anni fa, dopo essere risalita in sella, ho costruito, in modo del tutto naturale, un’abitudine: prima del lavoro allungavo il percorso, per pedalare un po’.
Le giornate che mi svegliavo un po’ prima andavo verso il mare e facevo più chilometri, e le volte che non ne avevo voglia facevo il giro breve, verso l’alto, per gustarmi la vista di Genova che si sveglia.
In generale facevo comunque più chilometri, perché abitavo più lontano dall’ufficio, e al ritorno la salita mi teneva allenata.
Poi mi sono trasferita: ho scelto la bici vendendo lo scooter, e rimodellato la mia vita intorno alla bicicletta come mezzo di trasporto. Questo ha comportato come primo effetto che mi sono impigrita un po’: se prima comunque 10 km al giorno li facevo perché obbligata da dove vivevo, ora non ne metto insieme neanche 4 se mi limito al tragitto casa-lavoro-casa, ed ogni chilometro in più me lo devo andare a cercare.

Così, invece di trovare un nuovo modo di pedalare, ho perso molto tempo a darmi addosso e a rimpiangere quel che facevo e non faccio più.

Come al solito è sempre più facile criticarmi che la lodarmi. E sono sicura che molti di voi si riconoscono in questo atteggiamento.

Genova all'alba
Genova da Spianata Castelletto: un’emozione sempre unica.

Prima ho guardato i numeri.
Ogni giorno mi segno i chilometri fatti, la velocità media, le condizioni meteo se particolari e appunti vari sulla giornata, come raccontavo qui (raccontavo anche che non c’è niente di più affidabile dei numeri, adesso non la penso più così, ma questa è un’altra storia di cui un giorno vi scriverò).
Appunto, i numeri: in questi tre anni sono sistematicamente scesi.
Ma intanto anche quest’anno più di 3000 km li porto a casa, e vista tutta la fatica fatta, sono particolarmente sentiti.
Sono molto lontano dal mio obiettivo. E mi devo ricostruire tutta da zero.

Bradipa
Velocità massima degli ultimi giorni: ha vinto la bronchite. Ma non mollo.

Come ritrovare un ritmo degno di essere chiamato tale?

Se pensate che in questo post ci sia la risposta, mi spiace deludervi, non è così.
Però voglio condividere con voi un’importante insegnamento, non nuovo, ma sempre difficile da tenere a mente, almeno per me.

La Vita è dinamica.
Non ha senso rimpiangere ciò che è stato, perché non siamo quello che siamo stati ieri e non saremo oggi uguali a domani.

Possono esserci lunghi periodi in cui riusciamo a tenere un certo ritmo, ma non può essere per sempre: basta un’influenza, o due giorni di pioggia torrenziale, e tutto si spezza. A volte per poco tempo, altre per periodi più duraturi.
Sicuramente quello che è inutile è darsi addosso. Piuttosto è importante osservarsi, nel modo più obiettivo e amorevole possibile, per comprendere cosa non va.

Un esempio concreto.

Il cambio di casa ha comportando che mi imprigrissi, ma la vicinanza all’ufficio ha avuto come conseguenza un aumento di lavoro notevole. Metterci solo 7 minuti per arrivare a casa è diventato finisco questa cosa e vado, per molte volte durante l’anno: in sintesi molte ore di straordinario. Se penso a questa cosa, unita al nuovo ruolo sul lavoro e allo stress derivante dall’ambiente non facile, mi rendo conto che, sicuramente non ho ottenuto l’obiettivo che mi ero prefissata, ma, allo stesso tempo, ho dato il massimo.

Me la sto raccontando?

No, e sono sicura che sia così perché ci ho messo molto a comprendere e sentire questa cosa.
Come ci ho messo tanto a capire che non tornerò al vecchio ritmo, ma è arrivato il momento di costruirne uno tutto nuovo.

Che è inutile soffermarsi sul passato, l’ho già detto e scritto molte volte, e in questo post lo ribadisco.

In più gli anni passano e le energie cambiano: non sono ancora vecchietta e decrepita (con tutto il rispetto per le nonnine, che a guardarsi bene intorno, finisce che la incontro una che mi dà dei giri), ciò non toglie che con il passare del tempo, delle esperienze, felici e meno felici, e degli impegni, le energie cambiano.

Quindi, appurato tutto questo, che si fa? Si rinuncia?

Non so cosa voglia dire rinunciare. Posso inciampare, rallentare, perdermi per strada, ma rinunciare non fa parte del mio carattere e per un motivo ben preciso: inseguendo un obiettivo si possono vivere mille vite, mille esperienze. L’obiettivo è la carota che ci fa muovere ed agire: non bisogna perderlo di vista e non bisogna ossessionarsi.

L’unica cosa che ha senso fare è agire e aggiustare il tiro, finché non si troverà quella nuova formula che per un po’ andrà bene.

Può essere che questo po’ duri anni, fino a quell’evento (o concatenarsi di eventi) che ci farà rimettere in gioco.
Non è detto che sia una brutta cosa, anzi, è lo stimolo a non adagiarsi e a costruire vite sempre ricche, nuove, determinate.

Come si (ri)costruisce un ritmo nella propria vita?

Bisogna prima chiarire a se stessi che cosa si vuole raggiungere e per farlo bisogna continuare ad agire.

Le cose non sono consequenziali ma simultanee: tentare, ripartendo da dove si è.

Capiterà così che un giorno su tre ti alzerai presto, che un weekend su due farai lunghe pedalate, succederà anche capirai che non importa se non pedali tutti i giorni, ma che in realtà preferisci lunghi giri nel fine settimana. Le possibilità sono infinite.

Mentre prima guardavo i miei numeri mi è caduto l’occhio su agosto: non sono andata da nessuna parte ed è stato il mese in cui ho pedalato di più in città (Giugno è a sé, ero in ferie a pedalare sull’Adriatico). Significativo come la libertà di alzarsi e non l’obbligo, faccia venire voglia di fare le cose.
Questo è solo un esempio tra i tanti.
Non mi illudo che quando cambierò lavoro sarà tutto rose e fiori, però ho compreso come lo stress di una quotidianità che mi sta stretta non mi aiuti.
Il mio primo pensiero ogni mattina è non ne ho voglia: è un pensiero prepotente che non mi piace, ma che fatico a trasformare.
In più, nello specifico di questi giorni, ho di nuovo la bronchite, che insieme all’asma, non aiutano.

Questo post non parla solo a chi pedala, ma a tutti quelli che ci provano e non ci stanno riuscendo.

È solo una fase.
Continuiamo a tentare, a ripartire da dove siamo. Rispolveriamo i nostri obiettivi, inventiamo nuovi modi di fare, non poniamoci limiti.
Anche se non ci sembra, stiamo già costruendo un nuovo percorso, stiamo già attraversando una strada nuova.
Tra qualche tempo ci guarderemo intorno e ci stupiremo di noi, senza ombra di dubbio.


* Particolarmente affascinante la definizione in biologia di ritmo, per chi avesse voglia di leggerla, la trova qui.

2 Comments

  1. La cosa importante è non farsi sopraffare dalla quotidianità (lavoro, casa, famiglia ecc.) ma provare a ritagliarsi un po’ di tempo per muoversi. Io, da settembre a fine marzo, pedalo nei week end per mancanza di tempo durante la settimana. Mi sono costruita, però, un’alternativa: almeno un’ora di camminata quasi tutti i giorni. C’è voluto un po’ di tempo ma,poi, è diventata una sorta di consuetudine. E se, per qualsiasi ragione, devo fermarmi per un po’ di giorni sento che, questa consuetudine, mi manca e non vedo l’ora di riprenderla.

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