Uno dei miei scatti sbagliati, quando prendo o poso il cellulare.

Una delle cose che mi avevano detto quando ho deciso di lavorare con le biciclette è stata non avrai più tempo di andarci in bici.
C’è del vero.

Per chi mi segue da un po’ sa che è qualche tempo che mi sono impigrita. L’ultima vacanza pedalante è stata a giugno dell’anno scorso, l’ultimo weekend fuori a luglio (sempre dell’anno scorso).
Poi il lavoro, le scelte, le tensioni, e la bici ho iniziato ad usarla solo per gli spostamenti necessari tanto è vero che settimana scorsa ho faticato a riprendere un pochino di forma, che avrò già perso…. perchè le cose da fare sono tante, lavorativamete e non solo. Così finisco spesso le mie giornate davanti ad un pc.

Ho fatto tutto quello che ho fatto per finire davanti ad un pc?
No, certamente. Ma come scrivevo un paio di post fa il lavoro attuale è solo un passaggio, nel mentre che capisco la mia campagna pubblicitaria e che piano piano porto avanti la mia attività.
Ora esiste, ho una partita iva, due codici ateco, due contabilità, un commercialista, l’inail, l’iscrizione come artigiano, e non sono quante altre cose… E non sto pedalando.

Che un po’ mi dispiace e mi sembra quasi di tradire la mia povera bici.

Mi muovo a piedi, cammino, ed è stata proprio Wilma a insegnarmelo.

Prima giravo solo in scooter ed ero molto (più) pigra.
Camminando osservi diversamente la città, ed anche se non sono un urbanista, e so veramente poco, provo a mettere in pratica ciò che ho studiato tra ricerche in rete e l’ultimo corso fatto.
Tra un cambio di lavoro e l’altro, e l’inizio di una nuova vita ci è scappato un corso bikeitalia (una novità): il primo che ha come argomento la mobilità ciclistica.

È un argomento difficile quello della mobilità: come spesso capita in altri casi, si creano fazioni, tifoserie, ognuno rimane nel proprio orticello e non se ne esce.

Il corso mi ha confermato cose che pensavo, che nella mia ignoranza mi ero già chiarita, anche se spesso sono stata trattata da idiota per le mie convinzioni.
Una delle cose per me più ovvie è il non relegare le biciclette alle piste ciclabili.
Non entro nel merito che siamo l’unico paese europeo (o quasi) a fare ancora ciclopedonali, infatti non esistono le piste ciclabili vere, obbligando le utenze deboli della strada a litigarsi uno spicchio di spazio: questo è un argomento nell’argomento dalla storia infinita.
Ciò che cerco di far capire, ma ammetto che soprattutto sui social ho rinunciato spesso a parlarne, è che se le città fossero progettate per le persone, non ci sarebbe bisogno di dividere nettamente gli spazi: avete mai sentito parlare delle zone 30 ad esempio?
Prima di salire in sella manco sapevo cosa fossero. Come ha affermato l’Arch. Dondé durante il corso, molti progettisti e tecnici comunali non vanno in bici: non hanno idea di quale pericolo sia pedalare troppo a destra, oppure di cosa voglia dire condividere una misera corsia con i pedoni quando la tua velocità media è sopra i 20 km/h.

Sì, sto proprio affermando che bisognerebbe provare: prima di parlare bisognerebbe studiare e provare.

Quando sono salita in sella non comprendevo molti dei toni duri che sento.
Tanto tempo fa mi era stato chiesto di scrivere della Bicifestazione, ma non sono riuscita ad andarci, in realtà mi interessava poco, non sentivo mie quelle motivazioni, non ne condividevo i toni.

In questi giorni, a piedi per la mia città, ne ho capito l’importanza.
Come ha detto Paolo Pinzuti a fine corso Smettiamola di parlare di ciclisti: non si tratta di salvare i ciclisti o i pedoni, il punto non è fare la guerra alle auto o ai tir, la questione è ridare le città alle persone, perchè è tramite questo obiettivo che si raggiungeranno tutti gli altri.

Foto di un parcheggio legale discutibile: piuttosto che levare una fila di sosta, hanno disegnato le strisce del parcheggio in parte sul marciapiede.L’altra sera camminavo verso casa di una mia amica, erano circa le dieci di sera, e mi sono fermata nella piazza sotto casa sua.
Era piena di persone: bambini che giocavano, adulti che parlavano (e giocavano). Mi sono stupita perché io non ho mai vissuto così lo spazio comune, non ho mai pensato di andare a giocare in piazza ad esempio.
La mia amica che vive lì mi ha fatto subito notare come sia capitato che girino anche spacciatori e pedofili.
Non può essere tutto rose e fiori, ma tra una piazza deserta dove il peggio può girare indisturbato ed un piazza piena di gente dove il peggio deve stare attento a quello che fa, quale sarà la situazione migliore?

L’ideale non esiste, si può aspirare a fare sempre meglio.

Tutto questo è mobilità sostenibile, non le auto elettriche (e sorvolo sul problema smaltimento, oppure sulla produzione di energia elettrica, che se non è sostenibile alla fonte…).

Mobilità sostenibile è ridare le città alle persone, in modo che tutte possano viversi lo spazio comune, in modo che decidano come preferiscono muoversi, piedi auto bici mezzi pubblici, nel rispetto reciproco, nel rispetto dell’altro e della loro stessa città.

Ci hanno convinti che il modo ottimale di muoversi è con un motore sotto il culo. Non è così, ma non può diventare una guerra alle auto, non può ridursi tutto ad uno scontro.
Bisogna incontrarsi, parlarsi, capirsi, provare.

In questo post non c’è scritto nulla che io in passato non abbia già scritto in questo blog, ma questo argomento è troppo importante e bisogna continuare a ripetere, a ripetersi, ad andare avanti ostinati per tornare a viversi le proprie città, per lasciare alle future generazioni un mondo diverso (e aggiungo necessariamente migliore).