Non sono sempre stata così, credo che buona parte di quello che sono oggi lo debba alla bicicletta e alla ciclomeccanica. Dico sempre che, tra i momenti più importanti della mia Vita, il 4 giugno 2014 rimane una data fondamentale: a caso, dopo 20 anni che non pedalavo, sono andata a comprarmi una bicicletta. Non ho pensato di chiederla in prestito o noleggiarla, ma di comprarla, una spinta interiore che mi ha guidato verso una svolta che non avrei mai immaginato.

Molte (forse tutte) delle scelte che facciamo sono influenzate dall’ambiente in cui viviamo e dalle persone vicine, anche quando crediamo che non sia così. Nel mio ex lavoro amavo approfondire e studiare, ma non c’era mai tempo. Quando mi sono trovata il tempo, fermandomi oltre l’orario, non pagata visto che era una mia iniziativa, sono stata ripresa perché sprecavo risorse. Invece di pensare che quello che stavo imparando serviva all’azienda, la preoccupazione era l’uso della corrente elettrica piuttosto che lo spreco del materiale di stampa. Così facendo si uccide la buona volontà di chiunque, anche di una come me.

Una delle motivazioni per cui ho deciso di cambiare Vita era proprio l’impossibilità di approfondire. Quando ho potuto farlo, con investimento personale di tempo ed energie, e questa volta per la mia azienda, non ho esitato . È così che ho compreso che fare ricerca non è solo essere una/un ricercatrice/tore scientifica/o precaria/o. Già, per me la parola ricerca è sempre stata a associata alla scienza, ma in realtà la ricerca è ovunque.

In ogni settore è necessario fare ricerca: a volte è un vero e proprio reparto dell’azienda, altre volte è solo una parte del proprio cervello e del proprio tempo.

Approfondire e ricercare sempre di più, non solo sul lavoro, mi ha portato inevitabilmente a sviluppare uno spirito ancora più attento e critico di quello che mi hanno installato alla nascita. Comprendere che dietro ad ogni ambito ci sono uomini e donne che si occupano di sviluppare progetti, oggetti, prodotti, servizi, anche inchieste e articoli giornalistici, mi ha insegnato a fermarmi ed osservare prima di dire la mia.

Lo dico chiaramente: tutti dovrebbero farlo.

Da (secondo me) troppo poco tempo, abbiamo imparato a chiederci quali sono le fonti di certe informazioni che girano in rete, ma ormai ripetiamo questa domanda a pappagallo, abbiamo imparato la lezione (ci sarebbe molto da dire a riguardo ma evito per non dilugarmi inutilmente, rischiando di cadere in una polemica sterile. Diciamo solo che buona parte delle persone ha imparato la lezione a memoria). Purtroppo però sono portata a credere che non abbiamo sviluppato spirito critico, semplicemente ci siamo limitati ad imparare una frase a memoria.

Mi ci metto in mezzo anche io, perché non ho molto voglia di sentirmi dire che sono arrogante ma in realtà credo di discostarmi abbastanza da questi comportamenti e devo solo ringraziare la bicicletta.

Per molti bici è uguale a sport, ciclista è uguale a quella persona che intralcia il traffico o passa con il rosso. Non è proprio così, c’è molto oltre questa superficie, per l’appunto.

Ho iniziato a scrivere perché avevo delle cose in testa, ma proprio ora mentre scrivo mi rendo conto che il discorso è decisamente ampio e questa potrebbe essere considerata solo una lunga premessa.
Si potrebbe parlare di come questo atteggiamento di rimanere in superficie porti a condividere notizie false o faziose. Oppure di come porti a credere che non ci vuole niente basta aprire internet o cercare un tutorial. Si potrebbe affrontare la questione da un punto di vista economico: quasi nessun cliente vuole pagare la ricerca, ma solo il tempo effettivo che impieghi (nel mio caso) ad aggiustare la bici. Tutto quello che hai dovuto fare per arrivare a girare una vite e risolvere il problema in cinque secondi non conta. Ed ancora si potrebbe parlare di come ricercatrici e ricercatori in tutto il mondo siano precarie/i, quando in realtà rappresentano un settore fondamentale. Oppure di come le aziende abbiamo bisogno di margine e non solo fatturato, proprio per reinvestire in ricerca e sviluppo. Esattamente la ricerca porta allo sviluppo, a migliorare prodotti e processi, a sapere che vite girare al momento giusto.

Si potrebbero dire tante cose, perché fare ricerca è anche imparare ad osservare attraverso diverse lenti e altrettanti punti di vista, soprattutto i più improbabili, perché ricercare vuol dire anche tentare, cambiare strade e percorsi per ottenere risposte nuove.

Non ho idea di come concludere questo articolo, che è un ragionamento aperto ad alta voce. La mia personale aspirazione è che, leggendolo, cogliate l’importanza di non dare per scontate le cose.