Ci sono sere, come questa in cui scrivo, che l’idea di tornare a casa in bici non mi alletta molto. Sono stanca, fa freddo, ha anche iniziato a piovere (questo aprile un po’ troppo novembrino ha un po’ rotto). Insomma non provo gaudio e giubilo dal salire in sella e pedalare i miei 6 facili chilometri verso casa. Facili perché a differenza di altre case in cui ho vissuto, non ho particolari salite, molto falso piano (caratteristica principale della mia città Genova) e spesso la compagnia del vento. Diciamocelo, a volte è una presenza un po’ troppo insistente, ma ci si può fare poco, se non pazientare e pedalare piano piano verso casa.

Qualche mattina fa ho pensato mi manca lo scooter. In questi anni solo un’altra volta ho pensato una cosa del genere. In realtà era più legata a quel che dovevo fare che al pedalare in sé: stavo andando in ospedale per delle visite, non si trovava una cura decente per l’asma ed effettivamente pedalare non era il massimo, ma quando mi sono chiesta avessi lo scooter cambierebbe qualcosa e mi sono risposta di no, ho capito che il punto non era affatto il mezzo di trasporto.
Qualche mattina fa invece ho pensato che sì, avessi avuto lo scooter sarebbe cambiato qualcosa, ossia sarei stata più veloce a venire al lavoro, mi sarebbe pesato meno.

Se proprio ci dobbiamo dire tutta la verità, sono due belle illusioni (per evitare di usare parolacce, ma avete capito…): rispettando con entrambi i mezzi il codice della strada, la possibile differenza di tempo di percorrenza dovrebbe aggirarsi più o meno intorno ai 5 minuti. Con tutti i discorsi che faccio sul non avere vite frenetiche e soprattutto sul non correre in città, direi che l’incoerenza dei miei stessi pensieri è piuttosto palese. La sera stessa cosa, ed avere un motore sotto il fondo schiena non fa aumentare o diminuire la stanchezza e se per questo non permette neanche di produrre endorfine, ma su questo ci torno dopo.

Sulla seconda affermazione/illusione, ossia che mi sarebbe pesato meno venire al lavoro, mi sento cretina da sola: se non ne ho voglia non ne ho voglia, se mi sento stanca lo sono a prescindere e anche in questo caso, per lo meno pedalo e produco endorfine.

In pratica sono ciclista urbana per produrre endorfine. A parte gli scherzi, c’è una cosa che ho sperimentato sulla mia pelle e Vi ricordo che ho guidato lo scooter dai 14 anni fino ai 36: pedalare ti permette di muovere il corpo, produrre ormoni (e non è una cosa che decidi di fare, succede e basta) e lo stato d’animo di partenza non è mai uguale a quello di arrivo. Quindi sì sono ciclista urbana anche perché così produco endorfine.

Ma la vera domanda, quella che mi sono fatta anche io molto spesso e che mi hanno posto le altre persone ancora più spesso è perché non smetto.

La domanda fa ovviamente riferimento alla situazione mobilità sostenibile nel nostro Paese (non credo che Genova sia il peggio, credo che, ahimé, la situazione nazionale faccia acqua da tutte le parti) e la risposta è parecchio complicata: io so perché non smetto ma non credo di saperlo spiegare. Ed ultimamente preparando corsi e video mi sono resa conto che sono tante le cose che so, ma non le so spiegare.

Dal 2014 ad oggi ci sono stati molti cambiamenti e, nonostante la mia perseveranza, mi è sempre più difficile pedalare extra l’itinerario casa-lavoro-casa. Da un lato mi pesa e dall’altro mi rendo conto che non è neanche così scontato prendere la bici quasi tutti i giorni (tra corsi e altri impegni alla fine sono in ciclofficina quasi tutta la settimana), tutto l’anno, con quasi qualsiasi tempo (ghiaccio e neve li evito, per fortuna a Genova capitano di rado). I giri all’alba sono andati pian piano scomparendo (e mi mancano). La situazione attuale limita un sacco di libertà, dai viaggi in solitaria (facciamo finta avessi il tempo) al giro extra verso casa (a volte avrei anche le forze, ma sono ben oltre gli orari imposti). Nonostante tutto questo continuo e, non solo perché ho venduto lo scooter e non ho altri mezzi di trasporto, ma perché non riesco a immaginare la mia Vita senza bicicletta. A dirla tutta mi piacerebbe immaginarla senza sorpassi criminali e gente che corre da pazzi, ma questo è un’altra storia.

Per la me la bicicletta è l’equivalente dell’essermi convertita al Buddismo (ormai quasi 14 anni fa) o essere diventata vegetariana (non mi ricordo neanche quando, ma è più recente). Non sono mode passeggere, ma un vero e proprio stile di Vita, come non indossare i tacchi, non truccarmi e aver smesso di indossare i jeans (non riuscivo a pedalarci) e nel caso non si dovrebbe parlare semplicemente di smettere, ma di cambio di Vita, ancora.

Potrebbe succedere, sicuramente, io sono la regina dei cambi di Vita (quasi regina: sicuramente ci sono persone che hanno fatto cambiamenti ben più radicali). Il senso è che cambiare lo trovo salutare, mettersi in discussione, mettere in dubbio le proprie convinzioni, lo trovo sintomo di intelligenza e lo faccio, molto spesso ma poi la risposta è sempre è solo una.

Nonostante tutti i contro, che non sono pochi, c’è un unico immenso pro che non mi fa desistere: pedalare mi fa stare bene, anche quando non riesco a farlo come vorrei.

Ed allora perché smettere qualcosa che ti fa stare bene?


Per chi non lo sapesse questo simbolo ə si chiama schwa. Di recente Google l’ha introdotto sulla sua tastiera android ed ho iniziato ad usarlo (basta tenere premuta la e ed appare tra i diversi simboli). È difficile da pronunciare e scomodo da scrivere (soprattutto da pc), ma segna il cambiamento, un primo importante passo verso quel linguaggio inclusivo che nella nostra amata lingua manca. Sulla questione parole e identità Vi rimando a questo podcast e questo post.