Quando ho aperto la rubrica Cronache di una Ciclista Urbana, ero arrabbiata. Non si dovrebbero fare le cose in preda all’emotività, si rischia di pentirsene. Ma ero arrabbiata, perché ogni giorno mi ritrovo a vivere le stesse situazioni, ogni giorno mi ritrovo ad essere trattata come quella indisciplinata, quella che passa con il rosso, anche se non è vero.

Vivo addosso un pregiudizio sulla base del mio mezzo di trasporto, solo perché ho scelto di essere una ciclista urbana, pregiudizio che in strada si traduce in pericoli costanti.

Ma ha veramente senso ripetere tutti i giorni le stesse cose? Ha senso ripetere continuamente che i ciclisti non vanno superati a pelo e che hanno diritto di usare la strada esattamente come tutti gli altri utenti?

Non ne ho la più pallida idea.
C’è da dire che per quanto certe cose si pensino sdoganate, in realtà non lo sono. Quindi si riparte a spiegare l’importanza del metro e mezzo quando si supera un ciclista e se non si può, per mancanza di spazio, si usano altre tecniche di moderazione del traffico come ad esempio le zone 30. Si ripetono continuamente gli stessi concetti, continuamente, fino a sentire di non avere più fiato, nella speranza di insinuare un dubbio, di seminare un nuovo atteggiamento, di vedere un cambiamento, seppur minimo.

Che senso ha io non lo so più. So che ogni giorno esco di casa e alla seconda rotonda a 200 mt da casa ci sarà qualcuno che non mi darà la precedenza, perché ha deciso che io in bici in quel punto non ci dovrei stare.
So che ogni giorno, dopo i primi 500 mt da casa, qualcuno deciderà di attaccarsi al mio fondoschiena oppure superarmi a pelo, perché anche se ci sono due corsie per senso di marcia, ha deciso che io non devo stare così in mezzo, sono una bici e pertanto devo stare sulla destra. E questo tipo di persone non ascolta quando gli spieghi che stare troppo a destra è pericoloso, per le portiere aperte all’improvviso o l’asfalto messo male, oppure perché se stai troppo a destra rischi veramente sorpassi al limite del criminale. Parlare con questo tipo di persone vuol dire sgolarsi per niente, fare il solletico all’aria.

Ed allora perché farlo? Perché scrivere qui che un modo diverso di vivere le strade e le città è possibile? Genova non è Copenaghen, l’Italia non è l’Olanda. I soliti luoghi comuni triti e ritriti.

Da quando ho iniziato a pedalare ho raccontato la mia Vita, online ed offline, e e dal racconto delle mie esperienze in sella due mie amiche hanno iniziato a pedalare. C’è chi per un certo periodo ha pensato di iniziare, senza poi agire, ma comunque il pensiero c’è stato.
Proprio qualche settimana fa a Roma c’è stata una manifestazione importante, manifestazione che ha visto unite diverse associazioni. La manifestazione si intitolava #rispettiamociinstrada, ma nessuna della associazioni presenti ha usato questo slogan, ognuno è arrivato con qualcos’altro ed ha proposto in rete i suoi argomenti.

Questa cosa mi ha dato molto da pensare sulla mancanza di unità di intenti e su quanto spesso, tutti noi, siamo concentrati sul come fare le cose e non sullo scopo finale. Da sempre mi sento dire ma tu sei indipendente? Da soli non si va da nessuna parte… In riferimento alla mia non partecipazione alle attività pro-bici della mia città.

Non è che un giorno mi sono svegliata ed ho deciso di essere indipendente. Ad oggi, dopo cinque anni in sella e quaranta di Vita, non ho trovato qualcuno con cui intraprendere un percorso che sentissi affine.

Perché non è importante il come si fanno le cose, è importante il perché: è lo scopo, la motivazione che unisce.

Non so se è per come sono fatta, dura, fissata con l’etica e la coerenza, o forse più semplicemente sono solo intransigente. Onestamente non lo so.
Quello che so è che scrivere cosa mi succede in bici è un modo per non far sentir sole le altre persone, è il modo che io vorrei ricevere: una pacca sulla spalla, un abbraccio, qualcuno che mi dica ti capisco è un casino ma ce la possiamo fare.
Questo è il mio modo, più lungo, più lento, da persona a persona. Non è una questione di voler fare l’alternativa o l’indipendente, è il desiderio di abbracciare tutte e tutti ed andare oltre ogni forma di pregiudizio e stereotipo, anche quelli che abbiamo tra di noi ciclisti, soprattutto quelli.