È un periodo che spulciando e rispulciando tra i miei mille appunti trovo cose, tra cui interi articoli che per chissà quale motivo non hanno mai visto la luce. Sì, c’è un po’ di sindrome dell’impostore che sto cercando di combattere. Fatto sta che ho trovato questo articolo, di due anni fa, niente male. Perché non pubblico e basta aggiornando le date? I riferimenti temporali nel post andrebbero totalmente aggiornati e a mio avviso perderebbe un po’ di “gusto”. Mi piace anche vedere l’evoluzione stilistica, ossia che ho imparato a scrivere. Oppure sono semplicemente pigra.La verità sta nel mezzo. Buona lettura.


A maggio 2019 è uscita la mia intervista su Millionaire, un trafiletto a pagina 42, nel quale non ho avuto paura di affermare che l’ambiente lavorativo che ho scelto è maschilista. Ho deciso di smetterla di nascondere la testa sotto la sabbia e di affrontare l’argomento.
Partiamo dalla parte bella: ho incontrato pochissimi clienti maschilisti. Chi lo è non viene da me a farsi aggiustare la bicicletta: selezione all’ingresso. E va bene così.

L’unica forma di discriminazione che subisco in ciclofficina è sentirmi ripetere, quasi ogni giorno, che faccio un lavoro da uomo.

Lo ammetto, ci sono alcuni giorni che lo tollero meno, altri che sono più filosofica, ma se proprio devo dirla tutta è una frase che mi manda il sangue al cervello. Perfettamente consapevole che è un mio limite, mi chiedo anche quanto maschilismo ci sia in questa espressione.

Credo nel volere è potere, sentirmi dire che una cosa è da uomo piuttosto che da donna, mi innervosisce. Tolto il parto, ormai uomini e donne sono perfettamente interscambiabili, ognuno con le proprie attitudini: continuare a fare distinzione di genere è anacronistico oltre che dannoso.

Tornando all’argomento del post, quando ho incontrato atteggiamenti maschilisti se non dai clienti? Online, ai corsi, con i fornitori e con i colleghi.

Andiamo con ordine. Sul mondo online non c’è molto da dire che già non si sappia e non è neanche così strano ritrovarsi in certe dinamiche. Personalmente sono felice perché sono pochi casi isolati, alcune volte inconsapevoli. Come ai corsi.

Non ho mai discusso con i miei compagni di corso perché sapevo che neanche si accorgevano del proprio comportamento. Però mi ricordo che il penultimo lunedì di masterclass ho esordito con un ora ve lo posso dire, andate un po’ a fanculo.
Si parlava di forcelle e come al solito nessuno mi ascoltava, per poi finire a fare quello che avevo detto due ore prima. Ho aspettato undici lunedì per spedirli, ho aspettato che ci conoscessimo un pochino per non fare cadere il tutto nel solito come sei isterica e varie altre cose poco edificanti che spesso si dicono in certe circostanze.

Una delle più diffuse discriminazioni che noi donne affrontiamo tutti i giorni è il dover stare attente a come parlare: comunque sia non andrà bene.

Il mio vecchio ufficio non mi manca, non mi manca rapportarmi ogni giorno con i miei ormai ex colleghi: stare sempre attenta al tono di voce, al momento, perché altrimenti sei acida, non ne prendi, hai il ciclo, e varie altre (nota sono sempre le donne che devono stare attente, gli uomini si permettono di dare aria alla bocca in tutta libertà). Ai corsi non mi sono successe cose così gravi, ma è capitato di non venire proprio ascoltata, come se fossi trasparente.

Ma se non c’è cattiveria non vuol dire che non bisogna farlo notare. Il punto è che per farlo ci vuole moltissimo coraggio.

Per quanto riguarda i fornitori, non ho capito se è questione di maschilismo o questione di fatturato: di quattro fornitori che ho contattato mi ha risposto uno solo. Questo non mi ha impedito di andare avanti per la mia strada con prezzi competitivi sul mercato e con una manodopera unica nel suo genere: la passione non si insegna né si impara, o c’è o non c’è. Io ce l’ho.

Sorvolo completamente sui colleghi. C’è un solo meccanico in tutta Italia che mi ha sempre aiutato senza farsi problemi di condividere il suo sapere. Ma questo non mi ha scoraggiato anzi, ha alimentato il mio lato competitivo.

Ora vi starete chiedendo perché scrivo di tutto questo, a che pro? Per screditare le persone? Assolutamente no. Vorrei anzi che si risvegliassero al proprio comportamento. A riguardo, ho anche contattato le poche colleghe che ho trovato in giro per l’Italia ed ho compreso un fatto che mi ha molto addolorato: se gli uomini si comportano così è anche perché noi donne non denunciamo.

Non voglio colpevolizzare nessunə, so molto bene quanto possa essere difficile tirare fuori questi argomenti da sotto il tappeto, è circa un anno che penso di scriverne.

Arriva un momento in cui non si può più far finta di niente, lo dobbiamo a noi stesse, lo dobbiamo alle future generazioni.

Siamo nel 2019 ed ancora viviamo, subiamo atteggiamenti che pensavamo dimenticati per sempre.
Si parla tanto delle differenze lavorative, degli stipendi, delle posizioni aziendali, si fa un gran parlare di come sia la donna a dover scegliere tra famiglia e lavoro, di come sia la donna discriminata in fase di assunzione per un’eventuale maternità. Si parla tanto, si agisce pochissimo. E le azioni partono dal nostro quotidiano, dal non accettare comportamenti maschilisti che ci offendono come persone, che ledono la nostra dignità.

Mi sento fortunata, i miei clienti sono felici che io sia una donna, ma non posso fare a meno di pensare che non dovrebbe essere importante. Ciò che conta è fare bene il proprio lavoro. Eppure.


Pubblico questo articolo nel 2021. Rispetto a quello che dicevo dei fornitori: era questione di fatturato e lo comprendo pure. Rispetto ai colleghi: mi sono dovuta conquistare sul campo il rispetto, ma comunque rimango donna e il loro atteggiamento di superiorità ogni tanto emerge. Continuo a rendermi conto che spesso non si rendono conto. Per noi donne le cose sono peggiorate, a livello politico ed economico c’è una regressione e chi ci va di mezzo? Confido tra qualche anno di rileggermi nella speranza di essermi lasciata tutto questo alle spalle. Mentre lo scrivo però non ho tutta questa fiducia.