Come pedalare in salita: intervista alla Dott.ssa Silvia Rizzi.

Ho conosciuto Silvia grazie a questo blog e alla pagina su facebook.
Mi ha incuriosito che fosse una psicologa dello sport e le ho proposto un’intervista… Non aggiungo altro, faccio parlare direttamente lei.

Presentati: nome, età, professione, città (o regione) dove vivi.

Mi chiamo Silvia. Ho 38 anni e sono una Psicologa/Psicoterapeuta. Sono nata in mezzo alla nebbia della bassa padana, elemento atmosferico decisamente fastidioso per un ciclista. Da quasi 20 anni vivo a Padova, città che apprezzo per dimensione urbana, piacevolmente vivibile per runners e ciclisti.

Sei specializzata in psicologia dello sport? Che cosa è e come mai questa scelta?

Professionalmente sono nata come Psicologa clinica, per specializzarmi, poi, in Psicoterapia Psicoanalitico Fenomenologica. Con il passare degli anni, il mio lavoro si è strutturato in due ambiti: quello clinico e quello della consulenza. Traducendo i paroloni potrei dire che una parte del mio lavoro si svolge nel mio studio privato dove incontro persone che stanno affrontando difficoltà di vario genere. L’altra mia dimensione professionale si esprime nella consulenza scolastica, nella formazione legata allo stress lavoro correlato, nelle tecniche di allenamento mentale e nella Psicologia dello Sport.
In questi ultimi anni, molte delle mie energie sono canalizzate proprio in quest’ambito come Psicologa Ufficiale del Gruppo Sportivo della Polizia di Stato – Fiamme Oro Atletica – e consulente di altre società e singoli atleti (ad esempio nuoto, sci, arti marziali, calcio, scherma, tiro con l’arco…).
Di solito, mi sento dire che lo Psicologo sportivo è quello che si occupa degli atleti matti, ma francamente non ho ancora ben capito da quale illustre manuale provenga la definizione di matti con cui vengono etichettate le persone. Nella realtà, in sintesi, lo Psicologo dello sport si occupa di ottimizzare la performance sportiva attraverso tecniche di allenamento mentale capaci di rispondere alle esigenze dell’atleta o della squadra.

Psicologa al lavoro

Curiosando sul tuo sito mi pare di aver percepito molta passione per la tua professione, è corretto? Com’è nata?

Amo il mio lavoro: l’ho sognato, desiderato, voluto e costruito con la parte più profonda di me a fronte delle numerose persone che mi dicevano Non troverai lavoro… a Padova, per giunta, con tutti i laureati in Psicologia che ci sono… non avrai un posto fisso… bla bla bla. Oggi a quelle persone consiglierei di seguire qualche corso di comunicazione efficace.
La libera professione non è facile: è necessario sognare forte, ma con i piedi ben piantati a terra. È come pedalare in salita: se guardi la cima da raggiungere è finita, ma se ti concentri su ogni singola pedalata portata a casa è più facile gestire lo sforzo e la fatica. La bella notizia è che prima o poi (anche se non per molto) la salita finisce. È proprio lì che si aprono panorami mozzafiato che tolgono il respiro e accarezzano l’anima.

Collabori anche con le forze dell’ordine: in questo periodo in cui è difficile capire chi è il buono e chi il cattivo, hai mai vissuto episodi spiacevoli per questa scelta?

Stupenda domanda.
Da parecchi anni collaboro in qualità di consulente con il 2° Reparto Mobile della Polizia di Stato di Padova. Mi occupo di tecniche di allenamento mentale da affiancare agli addestramenti fisici, tecnici e tattici dei celerini e di progetti di prevenzione al bullismo assieme agli agenti nelle scuole del territorio.
Questo è un periodo sociale complesso e frequenti sono le ingiurie contro le Forze dell’Ordine. Non indosso una divisa perché sono una Psicologa e non un Agente di Polizia. Mi impegno a svolgere il mio lavoro con rigore, correttezza ed empatia. Pertanto, capisco di non poter comprendere (ma solo ascoltare) cosa voglia dire uscire di casa, salutare i propri figli e passare la giornata in servizio di Ordine Pubblico. La risposta alla tua domanda è NO, personalmente non mi sono mai accaduti episodi spiacevoli. Mi occupo di quello che possiamo definire aggiornamento professionale delle persone che indossano una divisa, impegnandomi con correttezza, lealtà e responsabilità per la qualità del mio lavoro e per il tipo di persona che voglio essere.

Silvia e LEroica
Silvia in versione Eroica.

Che ruolo ha la bicicletta nella tua vita: come hai iniziato a pedalare? E come usi la bicicletta: mezzo di trasporto, viaggio, agonismo oppure…?

Ho iniziato a pedalare circa 4 anni fa. Erano 20 anni che non mi avvicinavo ad una bici. Negli anni universitari e durante la specializzazione in Psicoterapia, ha prevalso la mia indole da topo da biblioteca che non includeva la dimensione sportiva. Se dovessi fare una battuta, direi che nella prima parte della mia vita ero proprio una bradipa felice: scrivania, pc, divano, sedia. Poi, considerato che non si vive di sola testa, il mio corpo ha iniziato a gridare ehi, ci sono pure io. Da quel momento ho iniziato a correre, prima gradualmente, poi con numerose sfide agonistiche: media distanza, mezze maratone e maratona.
Dopo qualche anno, ho sentito l’esigenza di cambiare. Complice l’amicizia, mi sono avvicinata alla bici che utilizzo come mezzo di trasporto urbano e per fare cicloviaggi.

Quante bici possiedi o hai posseduto? Le curi personalmente nella meccanica o ti affidi ad un meccanico?

Utilizzo due bici, ma tecnicamente ne possiedo tre.
Una mountain bike da trekking che è per me praticamente un mulo da soma. Mi fa sentire sicura e stabile nei cicloviaggi dove il carico del bagaglio equivale a mezza casa. Ricordo con particolare affetto un itinerario in Toscana che includeva oltre al percorso permanente dell’Eroica, altre significative manciate di km e salite del 20% che i locali definiscono semplicemente dossi. Per fortuna esistevano le birre a termine di ogni tappa giornaliera.
L’altra bici si chiama Saetta: una bdc degli anni ’70 che potrei definire geneticamente modificata. È stata acquistata per pochi euro ad un mercatino dell’antiquariato con il preciso obiettivo che rientrasse nei parametri richiesti per partecipare alla ciclostorica gara L’Eroica di Gaiole che ho fatto nel 2017. Saetta è stata totalmente personalizzata con il fai da te. È la bici con cui attualmente mi muovo per le strade della città. In uffici e ambienti di ogni genere sono io a portare lei con me sulla mia spalla dx.
La terza bici era di mio nonno: una Bianchi Impero M del 1949. Passata in eredità, ha accompagnato mio padre durante gli anni universitari e in seguito nei suoi spostamenti lavorativi quotidiani. Ricordo con tenerezza questa bici per i giri serali del quartiere con papà, seduta su un seggiolino montato sul manubrio. L’ho restaurata perché rappresenta un pezzo della mia storia di vita e della famiglia.
Non mi occupo della meccanica delle mie bici. Credo che ognuno abbia delle competenze. Le mie non rientrano in questo. Ho la rara fortuna di essere accompagnata nei cicloviaggi importanti da chi ha una innata dote di ingegno manuale.
Quanto ad interventi più specifici sulle bici, mi sono sempre affidata ai meccanici di F.C. Cicli che distano 30 km da casa.

Perché fare tutta questa strada avendo vicino altri meccanici? Perché la correttezza, la disponibilità e la professionalità distinta dall’interesse economico identificano le persone a cui mi piace affidarmi.

La Bianchi di famiglia
Silvia, il papà e la Bianchi di famiglia.

Come vivi la mobilità della tua zona da ciclista: il rapporto motorizzati/ciclisti è civile? Se e cosa miglioreresti?

Mi piace molto Padova perché è abbracciata da un anello di argini prevalentemente sterrati e chiusi al traffico. A pochi chilometri di distanza si trova il parco divertimento dei ciclisti: i Colli Euganei che offrono itinerari di ogni tipo. Gli sterrati tecnici non fanno per me, mi fermo ai percorsi asfaltati e alle salite che allenano la mia capacità di concentrarmi sul qui e ora.
Le piste ciclabili interne alla città, come in molti contesti italiani, sono decisamente NO COMMENT: si tratta di decidere se discutere con gli automobilisti non curanti o con i pedoni sui marciapiedi.

In vacanza sulle strade de L’Eroica

Conclusione alla Marzullo: fatti una domanda e datti una risposta (o più semplicemente raccontaci quello che vuoi).

Altra splendida domanda.
Di solito è lo Psicologo a fare le domande. Non esistono giuste risposte, ma utili domande perché quest’ultime aprono orizzonti e cercano strade…
La domanda che mi viene da pormi è: Ti definiresti una ciclista ignorante e, se sì, perché?
Risposta: Sì, mi definirei una ciclista ignorante perché ignoro ogni tipo di etichetta.
Mi piace sentire che appartengo a me stessa e che posso scegliere, almeno nel tempo libero, i modi, tempi, tracciati che più rispondono alle esigenze del momento… quindi, sì, mi definirei una ciclista ignorante perché in sella sono semplicemente IO.

6 Comments

  1. jess

    Bell’articolo. Mi piacerebbe sapere dalla Dott.ssa Rizzi, visto che lavora con il Reparto Mobile di Padova, se ha un consiglio veloce per imparare a gestire la rabbia

  2. Dott. Silvia Rizzi

    Buongiorno Jess la ringrazio per il suo commento. Mi viene da specificare che potrei avere qualcosa da dire in merito alla gestione della rabbia perché sono una Psicoterapeuta e non “visto che lavoro per il Reparto Mobile di Padova”.

    Mi piace molto la sua domanda perché scrive (citando le sue parole) “imparare a gestire”. Ogni grande cambiamento parte da un piccolo passo che va, appunto, nel migliorare la gestione di ciò che riteniamo sia utile modificare. Ovviamente dietro ci sta un lavoro strutturato e non improvvisato, impossibile da riassumere con un consiglio veloce che rischia solo di essere riduttivo.

    La ringrazio ancora per il commento.

  3. Jess

    Buongiorno Dott.ssa Rizzi. Chiedo scusa se ho focalizzato “il punto sbagliato”.Non volevo mettere in secondo piano la sua professione (e professionalità), ci mancherebbe! Ho sbagliato a darla per scontato. Ho messo in risalto solo chi fruisce delle sue competenze per colpa della mia visione di parte: io svolgo anche servizio di ordine pubblico e presumo che lavorare con il Reparto Mobile, o in generale con la nostra categoria, significhi affrontare degli scogli mentali difficili da scardinare. Siccome prendere con una certa frequenza insulti sputi e bottigliate avrà pure un’incidenza sull’atteggiamento professionale degli operatori (ma anche nella vita privata, almeno nella mia sicuramente) mi interessava sapere in questi casi si lavora con delle “chiavi” da utilizzare in momenti particolari. Mi rendo anche conto che le scorciatoie non esistono. La ringrazio per la risposta e le auguro buon lavoro.
    (Grazie Adriana)

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