Diciamocelo… Perché la passione deve finire?

Capita da sempre e di frequente che le persone mi chiedano ma ne vale la pena? in riferimento alle vecchie bici tirate fuori dalle cantine.
Il top l’ho raggiunto imbarcandomi in un restauro a quattro mani con il proprietario di una Ideor, anni ’70/’80 (?!?). Sia fisicamente in officina che online sono stati in molti a dirmi questo rottame lo butti perché, oggettivamente, molto mal messo. E tutti sono rimasti stupiti dalla mia risposta no lo restauro.

Ora, sinceramente, questo è un caso limite rispetto alle tante bici che hanno visto la luce fuori dalle proprie cantine e che ho rimesso a posto. La maggior parte aveva un po’ di ruggine, cavi e guaine da cambiare, a volte anche le camere d’aria, necessitavano di una pulita e di regolazioni cambi e freni. In alcuni casi anche la serie sterzo ha voluto attenzioni e, solo in un’occasione, ho usato il flessibile: è stato necessario tagliare la pipa, ovviamente sostituta, per riuscire ad aprire tutto e sistemare.

Inutile negare che con i primi lavori ho fatto errori e sono anche andata in perdita, ma rimango convinta ancora adesso che tutto il lavoro fatto è stato importante.
Ora, a distanza di poco più di un anno, riconosco a colpo d’occhio cose che prima non vedevo, ipotizzo piuttosto precisamente quanto tempo ed energia un lavoro mi occuperà.

Ma non chiedetemi se ne vale la pena, dove finisce la passione ed inizia il guadagno perché, sinceramente, non vedo il limite.

Partiamo dal presupposto che, come tutti, io debba mangiare, pagare le spese e che non vivo d’aria. Aggiungiamoci anche che sono partita con zero, ho realizzato tutto dal niente e che non ho immensi capitali da parte, anzi.
Detto questo, forse è un mio difetto, forse un pregio, non riesco a distinguere passione e lavoro e, per me, ogni bici merita la sua possibilità.

Ovviamente prendo accordi ben precisi con i clienti. Su alcuni lavori i prezzi sono già giusti e non concedo sconti, su altri, come la Ideor di cui parlavo sopra, non guadagnerò mai realmente tutte le ore investite, per questo pongo condizioni diverse. Innanzitutto non è un lavoro prioritario, automaticamente è in coda a tutto quello che mi porta un guadagno più immediato e semplice. Ma è anche un lavoro unico, quando mai mi ricapiterà un restauro così? Quando potrò rituffarmi in un lavoro che mi insegnerà così tanto?

Dove finisce la passione e inizia il guadagno? Perché le cose sono distinte e, soprattutto, perché il guadagno è visto solo in termini monetari?

La passione c’è sempre, per alcuni lavori molto di più per altri meno, ma c’è.
Vi confesso una cosa: datemi una vecchia bici muscolare e sarò molto felice, datemi un’ebike da sistemare e sarò un po’ meno felice. Rigenerare la meccanica di una bicicletta tradizionale, a mio avviso, non ha prezzo contro la modernità di una bici elettrica. Lavoro su tutto, da tutto imparo, ma se parliamo di passione, la mia protende per la tradizione, per la meccanica pura.

Ed il guadagno lo vedo in due modi: monetario e professionale.

Ci sono lavori dove questi due aspetti sono ben bilanciati, ce ne sono altri dove uno supera l’altro. Ecco, se dobbiamo trovare un limite ai lavori che accetto, l’unico è che ci sia almeno una di queste due forme di guadagno.
Se quello monetario serve per ovvie ragioni, quello professionale è l’investimento necessario su me stessa e sulla mia attività per diventare sempre più brava e non smettere mai di crescere come persona e come ciclomeccanica.
Quindi, per rispondere alla domanda nel titolo… Per fortuna la passione non finisce.