Foto di un appunto sottolineanto, tratto da L'Eredità delle Legge Fondamentale di Daisaku Ikeda: Indipendentemente dalle difficoltà che possiamo affrontare, dovremmo sfidarci seriamente nel presente con tenace ottimismo e con la convizione che noi possiamo cambiare il futuro.

Ad agosto ho aperto la partita iva, per poter chiedere l’anticipo naspi, in modo da avere quel minimo di liquidità che mi permettesse di avviare l’attività.

Per chi non lo sapesse naspi è il nome tecnico della disoccupazione, e se vieni licenziato e apri un’attività, puoi richiedere l’intera somma spettante in un’unica soluzione.

Non avevo molte altre possibilità, considerando la mia situazione economica e che non sarei riuscita a fare due lavori. Ci avevo provato ma senza esito, ed anche se non ho mai chiesto, non credo mi avrebbero concesso il part time. Non sono tipa da part time, completamente incapace di lasciare le cose a metà se c’è una consegna di mezzo.
Insomma mi sembrava un buon modo per avviare le cose.

Un po’ di tempo fa Vi ho raccontato una storia, la storia di una diciottenne casinara che aveva ancora in sospeso non pochi casini con Ader (Agenzia delle Entrate Riscossioni, ex Equitalia).
Quando sono andata al patronato per fare la domanda ho appunto chiarito la mia situazione e, come supponevo, mi hanno detto cavolate.
Lo immaginavo, mi ero informata. L’unica cosa che non ero riuscita a capire erano i tempi tecnici, tra Inps che eroga i soldi, Ader che si prende il suo quinto, e di nuovo Inps che sblocca il restante, il tutto che passa attraverso un’udienza e la sentenza di un giudice.

Da questa storia ho appurato che ormai si lavora male a tutti i livelli, ed è un cancro così diffuso che fa più notizia chi si impegna, rispetto a chi sbaglia.

Ho passato le ultime due settimane ad andare avanti e indietro tra uffici pubblici.

Per fortuna ho incontrato quasi sempre persone molto disponibili.
Sono ormai talmente esperta di questo tipo di casini che sono andata spontaneamente da Ader a dirgli secondo me dovete notificarmi il pignoramento conto terzi, ed infatti così era.

Piccolo inciso critico: non ho mai più sentito il patronato. Mi sono mossa perché ho controllato periodicamente sul sito dell’Inps ed ho agito di conseguenza.

Ed ora sono qui, che ho riscritto il (s)business plan ed ho rigirato tutta l’impresa ancora prima di cominciare. E sapete quale è la cosa interessante di tutto questo?

Sono tornata al progetto originale.

Quello che non avevo mai raccontato a nessuno perché avevo paura del giudizio altrui, avevo paura di sembrare troppo folle, o più semplicemente non avevo voglia di sentirmi giudicata e criticata.

Lo so, c’è chi insegna che questo tipo di post non si scrivono, non si scrivono i propri casini aziendali, le persone vogliono sentire soluzioni e non problemi. E poi che immagine dò di me stessa e della mia azienda se vi racconto che ho un mucchio di casini ancor prima di cominciare?
Me le sono fatte queste domande, è una settimana che ho in mente questo post ma avevo paura di tirarlo fuori e, anche se lo sto scrivendo, ancora non so se lo pubblicherò.

Ho sempre apprezzato chi ha il coraggio di mostrare la propria lotta, diffido sempre di chi fa passare tutto facile o comunque evita di parlare dei casini che sta affrontando.

Sapere di non essere sola mi è sempre stato di grande conforto, non perché io auguri sfighe a chi mi sta intorno, ma perché una lotta condivisa ha un sapore diverso, ed anche la vittoria ha un gusto diverso.

Non scrivo per piangermi addosso, né per sentirmi dire poverina. Sapevo quasi tutto quello che è successo, anche se non avevo previsto dei tempi tecnici così lunghi (dannato ottimismo), ed ora che ho metabolizzato il tutto, che ho affrontato di petto tutta la situazione, oltre a sentirmi estremamente più libera, ho compreso che stavo sbagliando strada, ho deciso di dare retta all’Universo.

Foto dei volantini e dei biglietti da visita de LaCiclistaIgnorante appena freschi di stampa, su carta riciclata.Curiosi di sapere l’idea originale? Mettetevi comodi che Ve la racconto.

In qualche post ho vagamente raccontato dell’idea di comprare un furgone per realizzare una ciclofficina mobile, idea presa da un mio amico di Mantova.

In realtà a me l’idea di avere un mezzo a motore sotto il fondoschiena non mi ha mai ispirato molto. Lo so che sono un’idealista incallita, ma l’idea di inquinare per guadagnarmi da vivere non mi tornava proprio.

Si potrebbe aprire una parentesi infinita su come inquino solo accendendo la luce, ed è vero anche questo: proprio per questo motivo, dove posso evitare evito.

Il mio sogno sarebbe un mezzo elettrico, diversamente inquinante, con altro impatto ambientale rispetto ad un diesel/benzina.
Al momento non ho assolutamente la possibilità economica di fare un acquisto del genere, il mercato offre poco ed i prezzi sono troppo alti, usato praticamente non ne esiste.

Ed allora che fare? Come si può essere itineranti senza un mezzo proprio?

Bisogna muoversi in modo molto più mirato, in treno e/o in bici. In casi eccezionali si può optare per il noleggio.
Folle? Può essere, ma mi sentirei molto più coerente con me stessa.
Come collimo il mio desiderio di coerenza e non fallire subito? Se proprio devo essere sincera ho vaghe idee di cui sto ancora studiando i dettagli.

Sarò itinerante: su Genova posso tranquillamente muovermi in bici. In questi giorni sto definendo anche l’affitto di un locale (quando sarà pronto non mancherò di comunicarvelo).
Sarò itinerante in Liguria, e ovunque ce ne sarà l’occasione in modo molto più mirato, presso aziende e alberghi soprattutto. E non mi pongo nessun limite ad andare dove serve per il tempo che serve.

Riformulata così, ci sono diversi contro a questo progetto.

Ce n’erano in ogni caso e non posso risolvere tutto insieme: non costruirò la mia impresa in un giorno.

Nessuna decisione è scolpita nella pietra e cambiare direzione non vuol dire fallire.

All’inizio pensavo di sì, mi sono rivista le cose nella testa talmente tante volte che quando le ho dovute cambiare non l’ho presa bene, affatto. Poi tutto ha iniziato a incastrarsi da solo, in un’armonia tale di eventi e di persone, che ho deciso di affidarmi, di credere veramente che la mia vita è più saggia. Questo non vuol dire lasciare fare al destino, anzi.
Quello in cui credo, il Buddismo di Nichiren Daishonin, viene definito il Buddismo della semina: continuo a mettere le mie cause, continuo a seminare, gli effetti si manifesteranno al momento giusto, come d’altronde è stato finora.

L’obiettivo è fare la ciclomeccanica e portare nella mia regione, la Liguria, un’idea diversa di mobilità, una cultura diversa della bicicletta, del ciclismo urbano e del cicloturismo.

L’inizio è stato molto più che difficile e ringrazio qui tutti i miei amici e tutte le mie amiche che mi sostengono ogni giorno. Ringrazio anche per tutto quello che è successo. No, non sono masochista, dovermi reinventare mi ha fatto capire che mi stavo fissando sui dettagli perdendo di vista il quadro generale. Capiterà ancora di dover cambiare strada, ora so che non è un errore, perché l’obiettivo è finalmente chiaro, come mai prima di adesso.

Tutto lo sforzo che fai è il tesoro della tua vita, il tesoro della felicità, il tesoro della vittoria.
– tratto da La mappa della felicità (22 ottobre), Daisaku Ikeda, Esperia Edizioni