Senzatitolo. Opera digitale. Dettaglio. Estemporanee di Adriana Anselmo.

Ieri sera mentre pedalavo verso casa riflettevo sull’importanza e sul senso di mettersi degli obiettivi.

C’è chi non li ama, chi li associa alla competitività, c’è chi all’idea si sente schiacciato dall’ansia da prestazione e chi invece ne ha bisogno per riuscire ad andare avanti. Obiettivo vuol dire andare oltre sé stessə e questa cosa non è per tuttə.

Sono buddista e come tale, da anni, fa parte del mio modo di vivere pormi degli obiettivi. Fa parte del mio lessico parlarne, è parte stessa del mio modo di vivere e affrontare le situazioni.

Per me sono uno stimolo, ho imparato negli anni a non farmi schiacciare se non raggiungo tutto quello a cui tendo. Ho anche imparato che il percorso è ancora più importante della meta e non è banale retorica.

Il valore di un obiettivo non può essere disgiunto da come ci si è arrivati: contano l’etica, il valore, la propria scala di valori, ma anche quella della società in cui viviamo.

Un obiettivo è un microcosmo complesso che non può essere semplificato in una definizione da vocabolario.

Ieri sera mentre pedalavo pensavo che me ne pongo tantissimi, alcuni apparentemente irraggiungibili, altri più concreti. Quelli che ho realizzato nella vita sono quelli che mi sono dimenticata, da cui non mi sono fatta ossessionare. Tutto quello che ho realizzato l’ho fatto un passo alla volta o, nella versione da ciclista, un colpo di pedale alla volta.

Non sono una coach è quello che sto scrivendo, come ogni altra cosa, è solo frutto della mia esperienza personale.

Se ci poniamo un obiettivo è sicuramente qualcosa a cui vogliamo arrivare ma, allo stesso tempo, molto lontano da noi in quel momento. Se riflettiamo solo sulla meta definitiva, non facciamo neanche un passo.
Più una cosa è lontana da noi, più faticheremo a muoverci in qualunque direzione perché ci sembrerà tutto inutile.

Più è grande un obiettivo, più questo va scomposto in tanti pezzi ed è importante cominciare dalla cosa che ci viene più facile. Ed è altrettanto importante non scoraggiarsi e non mandare tutto in fumo se quel primo passo non è proprio come ce lo immaginavamo.

Tutto molto fumoso? Vi porto il mio esempio più fresco.

A luglio ho lasciato la casa dove vivevo per questioni economiche (anche energetiche a dirla tutta). Non potevo tornare semplicemente a casa dei miei genitori, perché ho dei gatti e loro non vogliono animali. Così i gatti sono andati da un’amica, ed io mi dividevo tra casa sua e casa dei miei.
Le mie cose erano sparse tra sei case distinte. Quello che ne rimaneva, perché una buona parte l’ho buttata: ho colto l’occasione per fare pulizia dentro e fuori.

L’idea iniziale, per quanto molto faticosa, sarebbe stato dividermi tra le due case per qualche mese, fino a fine anno circa, per avere il tempo di ritirarmi su, mettere dei soldi da parte, cercarmi un’altra casa.
Non so bene cosa sia successo ad un certo punto, ma circa venti giorni fa sono entrata nella mia nuova casa. Non per scelta mia, non del tutto. Alla fine ho dovuto rivedere completamente quello che avevo in mente, senza aver realmente risolto la questione economica.

Ho due scelte.
Vedere tutto quello che è accaduto, anche molto doloroso, come sfiga e piangermi addosso.

Trasformare la situazione in un trampolino di lancio.

La scelta è solo mia e non si tratta banalmente di vedere il bicchiere mezzo pieno. I primi giorni in questa casa avevo solo l’ansia, ansia perché i soldi sono ancora pochi, mille paure di non farcela, di combinare solo casini. Eppure, fin da subito, ho vissuto la forte sensazione di essere tornata a casa mia, come se questo luogo mi aspettasse. Per la prima volta entro in una casa dove voglio rimanere, l’energia di questo luogo è quella giusta.
I gatti sono sereni e la mia ansia è sotto controllo.

In rete ci sono mille persone che parlano di queste cose. Ci sono libri, scritti da altrettanti esperti. Alcuni di questi sono anche molto bravi, ma ogni qualvolta ho provato a cambiare un’abitudine o introdurne una nuova, non ho mai trovato niente che mi convincesse, nonostante ci avessi provato parecchie volte. Così ho compreso.

Ho compreso che il primo vero passo per raggiungere qualunque cosa è conoscersi, conoscere sé stessə prima di ogni tecnica e metodo.

Finché agiremo perché è giusto fare le cose secondo il sentire generale, nessun cambiamento sarà duraturo e nessun obiettivo sarà raggiunto.
Non importa se siamo uguali o no alla massa, se la pensiamo come la maggior parte delle persone oppure viviamo ragioniamo e soffriamo in modo tutto nostro.

Conoscere sé stessə non significa chiudersi della propria arroganza, anzi. Per costruire un dialogo con la parte più profonda di noi, è necessario confrontarsi e tanto, senza permettere che il giudizio degli altri ci condizioni e senza esserne impermeabili (difficilissimo).

A questo punto qualunque obiettivo diventa fluido.

Potrà cambiare con il tempo, potremmo renderci conto che puntavamo alla cosa sbagliata, a metà del percorso comprendere che stiamo già realizzando molto di più di quel che pensavamo. Nel momento in cui siamo capaci di ascoltarci in profondità, l’obiettivo non ha più senso di per sé, non ha importanza raggiungerlo o no, l’abbiamo già superato.

Non Vi dirò che fare tutto questo è facile perché non lo é. E neanche che è indolore, perché non lo è. Ma la differenza è sempre la stessa: voglio essere felice o no? Perché la felicità è la causa e non l’effetto.
Per raccogliere pomodori è necessario piante semi di pomodoro, per raccogliere felicità bisogna seminare felicità (e se Vi sta venendo in mente Pollyanna, non ci siete andati così lontani).

L’immagine utilizzata per questo articolo è un mio quadro, se sei curiosə puoi fare un giro qui.