Foto di Fabio Bussalino, mentre sistemo una ruota.

Qualche tempo fa ho pubblicato una puntata del podcast dal titolo Ideale vs Reale, dove racconto il dietro le quinte di quando trasformi la tua passione nel tuo lavoro, quando la realtà degli impegni, dei conti, delle persone si scontra con l’aspettativa che si era formata mentre cercavi di realizzare il tuo sogno. Quell’aspettativa è spesso inconscia, un qualcosa che si alimenta giorno dopo giorno, mentre cerchi di porre le basi per quella trasformazione di Vita e di lavoro. Quando arriva quel momento, racconto nel podcast, è la resa dei conti, è lì che decidi se andare avanti o rinunciare. In quel momento vedi tutto complicato e difficile, subentra un po’ di delusione, inevitabile quando ci si aspetta qualcosa, e la voglia di mollare si fa prepotente. Sono convinta che sia una fase, oltre che inevitabile, molto importante per capire se si vuole realmente proseguire su quella strada o no.

In tre anni di ciclofficina, per ben tre volte ho pensato sarebbe stato meglio rimanere dov’ero (per chi mi conosce sa che è l’ultima cosa che vorrei fare), non so quante volte ho pensato di chiudere e a giorni alterni mi sento sbagliata e sciocca.
Gli ultimi mesi sono stati parecchio duri, in questo periodo ho messo sul piatto, più del solito, la possibilità di scrivere la parola fine a quest’avventura. Ho parlato con amiche e amici, ho scritto nero su bianco i pro e i contro, mi sono chiesta quale altro lavoro avrei potuto fare. Sono andata ben oltre l’ideale contro il reale, non sopportavo più niente e nessuno e in parte mi detestavo per non essere una persona mediocre capace di accontentarsi, invece di ricercare continuamente il proprio miglioramento.

Un giorno al lavoro sull’ennesima bici tirata fuori dalla cantina, mentre facevo quello che ormai è il mio solito, ho compreso che la chiave era proprio questa: non riguardava più l’ideale, ma la novità.

Ho passato gli ultimi due anni a imparare moltissime cose ad una velocità che, a detta di alcuni miei colleghi, non è così comune. Sia chiaro, ho sempre da imparare, mi chiamo La Ciclista Ignorante non a caso, ma il ritmo di questo apprendimento si è dilatato. Se prima ogni bici era un mondo nuovo da scoprire, ora non è più così, ho acquisito esperienza. So cosa guardare, ho il mio background, mi sono fatta la mia esperienza e su alcuni tipi di problemi vado tranquilla e spedita. La novità è sempre dietro l’angolo, ma non arriva così spesso, non ci sono cose nuove da scoprire ogni giorno ed io amo scoprire cose nuove.

In breve: ormai mi so muovere. E se da un lato è ovviamente un bene, dall’altro mi sono resa conto che non è facile prendere le misure di questo nuovo vestito.

Inizio a credere che trasformare la propria passione in un lavoro sia un viaggio di eterna scoperta verso ciò che si ama fare e verso sé stessə.

Probabilmente per moltə il lavoro è solo lavoro, anche se è quello che gli piace molto. Si lavora si guadagna, si pagano le tasse e con quello che rimane si va in vacanza.

Per me il mio lavoro è il mezzo attraverso cui posso migliorare me stessa e il mondo in cui vivo.

Ho un rapporto molto passionale con la ciclofficina, come in una relazione a volte la amo profondamente altre la detesto.
Dopo aver compreso che la realtà supererà sempre l’aspettativa, ho imparato che la routine non deve fare paura, se vista nel modo giusto è la rappresentazione della nostra esperienza, quel che conta è non adagiarsi mai e tendere sempre a migliorare senza smettere di essere critici ma in modo costruttivo.

Realizzare qualcosa da zero non è un’impresa facile. Ci sono momenti di estrema solitudine (indipendentemente da chi abbiamo vicino), in cui bisogna solo sentire, compiere la propria esperienza diretta. Nessun libro ti insegna questo. Ancora una volta mi ripeto nel dire che è fondamentale sviluppare una profonda consapevolezza di sé stessə, per farci le domande giuste nei momenti giusti, per comprendere la direzione rimanendo saldi sul percorso.