Scatto al giapponese sul finire del pranzo e pensieri contrastanti nella testa

Il senso di inadeguatezza è subdolo, si nasconde dove meno te lo aspetti, ti frega all’improvviso, ti blocca.
Ma veramente sta capitando a me? è la frase che più mi rimbalza in testa in questi giorni e la risposta non mi piace, non mi piace per niente.

Nelle ultime settimane sono riuscita a sistemare buona parte della mia Vita online dopo due anni dall’apertura dell’attività e molto molto caos. In questi giorni sono riuscita a dare una forma e un senso al canale podcast, qui ho ricominciato a pubblicare, i social sono coperti. Tutto questo mi permette di riprendere in mano il canale YouTube: per forza di cosa preparare video è molto più lungo di scrivere o registrare audio, avere tutto in ordine mi ha dato la motivazione di fare anche questo passo.

Ma non si tratta solo di aver fatto i compiti. La svolta c’è stata nel comprendere che alcuni canali e modi di comunicare non prevedono un feedback diretto: un podcast non è un social, se qualcuna/o ti segue tu non sai chi è, non può commentare direttamente sul canale, quindi crei registri pubblichi, leggi statistiche, ipotizzi che vada bene ma non ricevi commenti e like come su un social. YouTube è un po’ diverso, perché permette l’interazione, ma non sempre sai chi ti segue, dipende dalle impostazioni della privacy di ogni utente.

Cosa c’entra tutto questo con il senso di inadeguatezza?

Mi sono accorta che se a parole dicevo di fregarmene dell’opinione altrui (per lo meno in riferimento all’online ne ero convinta) nei fatti controllo i like e i commenti, cerco di capire se una cosa ha dato fastidio, è stata apprezzata oppure no. Mi sono accorta ancora una volta che dipendo molto più di quello che ammetto dall’opinione delle altre persone.
Fa parte del gioco. Come un’attrice sta sul palco anche per appagare il suo ego, io sono online per lo stesso motivo oltre che per diffondere il mio messaggio. Ma non si può negare che la visibilità piaccia a tutte/i e che solletichi il nostro narcisismo e la voglia di apparire.

Una volta messo tutto sul piatto non sembra così grave: crei qualcosa, lo condividi, un minimo di aspettativa si crea, il trucco è imparare a gestire questa aspettativa consapevole che ogni tanto tornerà.

Domenica ero in ciclofficina. Non avevo bene idea di cosa avrei fatto, se pc o bici, ma sapevo che avrei lavorato. Alla fine per tutto il giorno ho sistemato i nuovi episodi del podcast: ascolta, edita, esporta, programma, prepara le condivisioni per i social, manda tutto alla social media manager. Ne ho anche registrato uno al volo, perché ero ispirata. A fine giornata, le undici di sera, mi è anche venuta in mente l’idea per le copertine dei video YouTube, idea che inseguivo da settimane e non volevo perderla.

A mezzanotte ho chiuso il pc, aperto da mezzogiorno. Mi sono girata, ho visto il caos. Una quantità di lavoro che non riesco a gestire, una serie di messaggi e preventivi a cui rispondere ed un unico pensiero: perché non riesco ad essere offline come sono online?

La prima immediata risposta è stata sono 4 anni di esperienza contro 2. Il blog l’ho aperto a fine 2016, la ciclofficina a fine 2018. Ok, può essere, ma c’è qualcos’altro.

Beh, offline hai da smazzarti un sacco di casini tecnici, molti non prevedibili proprio per le scelte lavorative che hai fatto, giusta anche questa: ad esempio di una bici a cui dovevo fare solo un tagliando, mi ritrovo a studiare un preventivo per cambiare comando e cambio perché l’imprevisto è sempre in agguato e le molle muoiono quando meno te lo aspetti. Già questa seconda risposta spiega più cose e di come io faccia fatica a organizzarmi, con periodi di grande caos alternati a momenti di caos normale. Ma c’è di più.

Mentre pensavo che c’è di più ho chiuso, sono salita in sella e me ne sono andata a casa: fantastico ceno all’alba come sempre. A chi importa? O meglio è così importante se ceno all’una di notte, preferisco lavorare di sera, la mattina ho il criceto morto in testa e non ho voglia di pensare? Ok, sono di nuovo ricaduta nella paura del giudizio altrui, ma l’ho già raccontata questa storia, torna ciclicamente, evidentemente ho ancora da approfondire, ma manca un pezzo, quale?

Casa è un casino in questo periodo: di nuovo lavatrici indietro, frigo vuoto e sì, dovrei pulire i pavimenti. Non ne ho voglia e quando sono a casa riposo. Questa settimana poi non ci starò mai, lavoro tutti i giorni.
Pensavo, mettevo la bici dentro casa, salutavo i gatti, mi cambiavo e pensavo. Che sono indietro con tutti i pagamenti, che io sono sempre quella che fa casini con i soldi e che questa cosa non cambierà mai, che non merito.

Eccolo, inaspettato, senza un senso apparente, il senso di inadeguatezza.

Ti dice che vali ma non abbastanza, che sei riuscita fin lì ma non riuscirai ad andare oltre, eccolo chiaro cristallino il motivo per cui la mia Vita online mi sembra improvvisamente facile e lineare (nonostante ogni tanto scleri male) e quella offline senza arte né parte e senza possibilità di appello. Perché per quanto io sia sul web come sono nella Vita e per quanto scrivere pubblicare programmare sia un lavoro lungo e impegnativo, non è mai come stare davanti a qualcuno quando ti riporta la bici perché non hai risolto il problema oppure semplicemente incazzato perché sei in ritardo con la consegna.
Avete ragione, non capitano solo queste cose, ma tra il 93% dei lavori andati bene e quel 7% andato male, secondo Voi dove va sempre la mia testa?

Delle tante cose a cui ho pensato prima di aprire, due le ho sottovalutate, anche se le conoscevo, ma non così: lo stress psicologico e la stanchezza fisica.

Capace di sopportare entrambi molto bene finché sei dipendente, finché ti preoccupi del fatturato fino ad un certo punto e per quanto ami la tua azienda non è tua e in qualche modo ti senti manlevata. Capace di sopportare finché lavori dal lunedì al venerdì ed il weekend stacchi veramente perché i clienti non ti scrivono e non ti chiamano. Semplicemente non ero pronta e di per sé non ci sarebbe nulla di male perché tutto si impara nella Vita, ma i sentimenti sono una roba complicata, i nostri demoni sono solo nostri, si autoalimentano in poco e con poco e ti ritrovi a guardare la tua creatura, la tua ciclofficina, e a pensare che non ce la farai mai, che ti è sfuggito un po’ tutto di mano, che mettere a posto sto casino è impossibile, che se ne dica avere troppo lavoro è come non averne.

Questa volta non so come fare, non mi sento di dire, ma neanche di pensare, che un colpo di pedale alla volta si sistema tutto, ho toccato un nervo scoperto che neanche sapevo di avere e se, come si dice, ammettere di avere un problema è il primo passo per risolverlo, forse sto facendo questo passo e non lo so.