Ho scoperto chi fosse Giulietta Pagliaccio (presidente Fiab), per caso, leggendo questa sua dichiarazione condivisa da un amico su facciadalibro, dichiarazione che ho commentato così (senza sapere ancora chi fosse):

Io continuo a pensare che una cosa non esclude l’altra. È vero che c’è un pregiudizio dilangante nei confronti dei ciclisti, è vero che le campagne pubblicitarie fanno pena. È vero tutto quello che dice, però perché se si fa notare ad un ciclista che c’è un codice della strada la risposta è “ma le auto…”.  Anche questo è indicare la luna e guardare il dito.
Il fatto che lo Stato sia carente da tutti i punti di vista, non autorizza noi ciclisti a non rispettare le regole.
Non sto parlando di campagne pubblicitarie ma di dialogo tra me ciclista urbana e eventuale ciclista indisciplinato (per strada, sui social…).
Io tutti i giorni faccio un inversione ad U dove non potrei, so di fare un’infrazione e me la rischio da tutti i punti di vista: se mi prendono, posso sì dire che l’auto stava correndo, ma questo non toglie la mia infrazione. Non so se mi sono spiegata.
È che mi sembra che ognuno punti sulle responsabilità altrui, ma ognuno di noi ne ha…

Ed ho ricevuto questa risposta da terzi: “Si sì continua a guardare il dito pure tu la Adri, ma io, come Giulietta che però è una signora, mi sono rotto i coglioni!!!”

Strano essere accusata di quello che penso di altri. Ma nella Vita nulla è a caso, e così ho riflettuto e riletto più volte le parole della Pagliaccio.
Da poco mi sono addentrata in questi argomenti, e probabilmente ho l’ignoranza di chi non si sente rispondere sempre le stesse cose (esasperandosi), e, forse, ho un punto di vista nuovo o, per lo meno, diverso.

Nel mezzo di questa selva di opinioni sui ciclisti e di uno Stato mancante di fatti concreti, ho espresso la mia sul gruppo facebook salvaiciclisti, sull’uso degli auricolari mentre si pedala. È uscita qualunque cosa, ma di fondo le risposte sono sempre le stesse: “lo Stato non fa niente per noi” (cosa c’entra con la norma del codice della strada che vieta l’uso di entrambi gli auricolari?) “Il codice della strada è vecchio” “l’educazione stradale è lo specchietto per le allodole con cui vogliono distrarci dai nostri diritti”, e via così…

Quello che ho concluso io, nel mio piccolo, è che così non otterremo mai niente. E parlo alla prima personale plurale, perché mi ci metto in mezzo anche io, perché anche io sono una ciclista.

Ma a quanto ho capito non sempre si capisce, e sapete perché? Perché non dò ragione ai ciclisti a prescindere.
Ho incontrato, virtualmente, persone convinte che educazione stradale e mobilità sostenibile sono cose diverse, ma come fa ad esistere una senza l’altra?
Anche ammesso che vi costruiscano tutte le ciclabili che volete o che finalmente limitino la velocità in centro città a 30 km/h, senza educazione stradale sapete come finisce? Gente parcheggiata sulle ciclabili e nessuno che rispetta i limiti di velocità (come ora d’altronde). Quindi è giusto e sacrosanto chiedere che lo spazio pubblico torni pubblico, ma non possiamo incazzarci ogni volta che si fa a notare ad un ciclista la mancanza di educazione stradale, perché così ci rendiamo solo ottusi e antipatici.
Si fa più bella figura a dire ok, hai ragione in bici mi sono comportata da stronza.

Chiariamo: non parlo della campagne pubblicitarie istituzionali.

Ahimè, ne ho viste diverse e sono schifosamente tutte uguali, alimentando un pregiudizio, neanche troppo velato e estremamente concreto, nei confronti di noi ciclisti.

Sto parlando del dialogo tra due persone, da ciclista a ciclista. Sto parlando di responsabilità individuale, che abbiamo tutti, dalla prima all’ultima persona che occupa uno spazio pubblico, e da ciclista trovo naturale rivolgermi ai ciclisti.

“Per la nostra incolumità sarebbe opportuno non pedalare con entrambi gli auricolari”
“Però fanno le auto con l’abitacolo insonorizzato”
Cosa c’entra? Non trovo il nesso.
Sarà deformazione personale, sarà che ho imparato sulla mia pelle che tutto parte da me, ma non trovo il nesso, e neanche il senso di guardare continuamente a cosa fanno, e soprattutto non fanno, gli altri.

Onestamente non penso di guardare il dito, penso di essere un passo dietro al saggio, e di guardare lui il suo dito la luna e tutto lo sfondo.

Bisogna andare al di là del proprio orticello, del proprio recinto mentale, bisogna rendersi conto che ognuno di noi ha una responsabilità. Nel Buddismo si parla di causa ed effetto: ecco io credo che se i ciclisti sono visti così male, le nostre cause le abbiamo messe, perché appena si fa notare un’infrazione ad un ciclista, partono gli insulti.

Lo Stato manca di molte cose nei nostri confronti? Decisamente.
Uscire in bici in città è un delirio, perché le nostre città sono concepite solo per le auto ed il trasporto privato? Decisamente.
Questo mi giustifica dall’incazzarmi se qualcuno mi fa notare che esiste un codice della strada da rispettare? No.

Si può lottare come si sta facendo: per leggi più giuste, per un codice della strada più aggiornato alle esigenze del cittadino, per città più vivibili, per spazi pubblici che tornino ad essere tali.
Ma se un collega ciclista ti fa notare che stai sbagliando, invalidando in qualche modo tutta questa lotta, sicuro di poterti incazzare?
Io mi incazzo, perché rendi vano tutto il resto, perché così facendo continueremo ad essere quelli che passano con il rosso.

[Pubblicato 11/05/2017 – Aggiornato 02/01/2018]