Foto di una mela a Boccadasse.

Le parole creano identità, è un fatto noto. Chi studia le parole (ed il linguaggio) ha dimostrato come queste influenzano la cultura, che a sua volta influenza e modifica il linguaggio. Un esempio molto semplice è l’uso degli inglesismi nella lingua italiana.
Possiamo far sì che sia un circolo vizioso o virtuoso, sta a noi, è una nostra responsabilità.

Proprio la mia amata lingua, che padroneggio molto poco e mi affascina ogni giorno di più, mi fa in un qualche modo soffrire.
Se mi leggete da un po’ avrete notato che da un certo punto in poi ho declinato tutto sia al femminile che al maschile, consapevole di rendere la lettura molto più complicata. Purtroppo nella nostra lingua non c’è il neutro e, ahimè, il maschile non è una specie di neutro come dicono in molte.

Questa è la mia piccola battaglia personale. So che per cambiare la cultura in cui vivo devo, in qualche modo, fare la mia parte ed ho iniziato da qui.
Svolgo un lavoro per molte considerato da uomo, vivo ogni giorno su di me il maschilismo, da quello più velato a quello più esplicito. Sento il dovere morale di fare la mia parte. Ho scelto un lavoro che mi piace e mi appassiona, non ho pensato fosse da uomo o da donna e non sopporto il maschilismo imperante che pensa che una donna non possa usare un trapano o che debba fare solo lavori che non le rovini le unghie.

Purtroppo proprio di recente mi sono ritrovata a parlare con miei coetanei che, a mio avviso, stanno regredendo: a loro dire la donna che sceglie di essere madre deve rinunciare a lavorare. Trovo tutto ciò allucinante in generale, se poi è un uomo di 40 anni a pensarla così, mi sento molto più turbata.

Da un po’ cerco il modo giusto per fare la mia parte. La faccio ogni qualvolta rispondo non ci sono lavori da donna o da uomo, come spesso mi ritrovo a dire non ci sono sport da donna o da uomo, non ci sono giocattoli da bambina e da bambino.

Provo nella mia quotidianità a portare un messaggio diverso da quello comune e soffro nel pensare e nello scrivere che questo modo di ragionare è ancora lontano dalla realtà che vivo.

Così, anche se il mio pubblico è principalmente maschile, ho deciso di scrivere e declinare i miei post al femminile.

In fondo ci viene chiesto continuamente di non prendercela per questi articoli al maschile perché il maschile è una specie di neutro, confido che chi mi legge capisca il mio intento, spero che gli uomini che mi seguono da tempo appoggino questa causa.

Sono una donna, ho aperto questo blog per incoraggiare altre donne, è arrivato il momento di parlare loro senza remore e, soprattutto, voglio fare la differenza.

Non Vi nego che è una cosa tutt’altro che facile. Spesso scrivo e poi torno indietro a correggere. Ci sono volte che il testo non mi suona, anche se scritto correttamente, per quanto poco sono abituata a certi suoni. Questo conferma la cultura in cui siamo immerse, cultura che mi ha stancato, che mi vede come una donna triste perché non ho un compagno o dei figli ed allora riversi tutto sul lavoro, senza pensare che io amo il mio lavoro e che non tutte le donne vogliono una famiglia o dei figli. Io stessa, per quanto creda fortemente in quello che dico e scrivo, a volte mi sento fuori tempo e fatico a esprimermi come vorrei, tanto è maschilista il Paese in cui vivo.

Faccio la mia piccola parte, perché le parole creano identità e l’idea che una donna preferisca essere chiamato avvocato invece che avvocata perché teme di non essere presa sul serio, mi fa male. Faccio la mia piccola parte, perché come dite sempre sono coraggiosa e determinata ed ho deciso di lottare anche per tutte le donne che non ci riescono, che ad ascoltarle ti rendi conto di quanto siano sottomesse ad un sistema da smantellare, il cosiddetto patriarcato.

Non biasimo queste donne, io stessa ogni giorno lotto contro certi pregiudizi, contro me stessa, per creare una società diversa, una cultura diversa. Inizio dalle parole e dai miei blog, inizio con i mezzi che ho, per come posso. Un primo passo seppur piccolo è sempre un primo passo.