Foto di una mela a Boccadasse.

L’articolo originale (qui sotto) l’ho scritto nel novembre 2020 da cui è nato anche un video ed una puntata del podcast. Da allora c’è stata una nuova evoluzione, culminata proprio di recente in nuove scoperte linguistiche.

Si parla da tempo, tra le varie opzioni per declinare le parole in modo neutro, dello schwa ə, la famosa e rovesciata. In realtà è un simbolo internazionale che esiste da tempo, con un suono ben preciso che io stessa fatico a pronunciare ma, sembra, che chi è pratico di inglese non abbia problemi. Ma non raccontiamoci quella dell’uva, è un simbolo strano, un po’ complicato da scrivere e molto complicato da dire.

Come scrivo e dico sempre le parole creano identità. Il tempo e i tanti discorsi fatti in merito, la costante convinzione che la lingua scritta abbia molta importanza per raggiungere veramente la parità di genere, mi hanno portato a decidere di usare comunque lo schwa con tutti i suoi limiti.

C’è chi è contrario all’utilizzo, non perché macchinosa da scrivere o impossibile da pronunciare, ma perché non stima chi ha tirato fuori questa idea. Non faccio nomi e, solitamente, fatico a scindere le persone da quello che dicono, ma ci sono sempre le eccezioni. In questo caso credo che la questione sia molto più importante di qualsiasi mancanza di stima o ego personale.

Come ho letto di recente su un social da un’altra attivista femminista, io uso lo schwa, non vuol dire che anche Voi dovete farlo, nessunə obbliga nessunə, però tuttə devono rispettare tuttə e non etichettare la questione come una sciocchezza radical chic senza senso, perché non lo è affatto.

Qualche informazione semitecnica:

  • lo schwa ə è stato introdotto nella tastiera GBoard di Google, il che rende più facile scriverlo da cellulare che da pc
  • lo schwa ə si utilizza per il singolare mentre per il plurale andrebbe usato lo schwa lungo з, è un simbolo un po’ particolare che non si trova sulle tastiere normali (neanche quella sopra menzionata di Google), per questo è spesso sostituito dal numero 3
  • ho scoperto da poco la differenza tra lo schwa ə e lo schwa lungo з, quindi su questo blog troverete articoli con un uso improprio dello ə (non so se riuscirò mai ad aggiornarli tutti)
  • alcuni suggerimenti per scriverli da pc:
    • tenere una nota/post it virtuale sul desktop con i simboli e fare dei gran copia e incolla: scrivere tutto l’articolo normalmente e alla prima rilettura correggere
    • impostare una combinazione di tasti per digitarli, dipende dal programma di scrittura che utilizzate
  • alcuni suggerimenti per scriverli da smartphone:
    • come dicevo Google ha implementato la sua tastiera, basta tenere premuta la e (dipende dal modello di telefono e dal sistema operativo, su modelli un po’ datati può non funzionare)
    • sempre sulla GBoard c’è il sistema di blocco degli appunti copiati, ne ho uno con questi simboli (un po’ come spiegavo prima per il pc)
  • online troverete molto sull’argomento, anche su come impostare altri tipi di layout per digitarli, ho trovato tutto un po’ macchinoso e non ne riporto nessuno in particolare ma, al contrario di quel che si pensa, la questione neutro e schwa va avanti da tempo e non è un’invenzione radical chic del momento

Per scelta personale, visto che queste soluzioni possono andare bene per lo scritto, ma sono impraticabili parlando, continuerò a parlare al femminile.

Chiudo con una domanda che mi è stata fatto in merito all’uso delle professioni al femminili come sindaca, architetta, avvocata, etc… Vanno usate o no?

La grammatica italiana dice di sì, sono parole che esistono, previste dalla nostra lingua che ci suonano strane perché non siamo abituatə ad usarle. Nella pratica è sempre meglio chiedere alla diretta interessata perché, come spiegavo nell’articolo originale, ci sono donne che non gradiscono il titolo al femminile, sentendosi sminuite di fronte al collega uomo (ufficialmente diranno di no, ma osservando bene la questione, le motivazioni che ho riscontrato fanno piuttosto acqua, qui mi fermo perché non è il mio intento giudicare nessunə).

In un’ottica di scelta e rispetto è giusto rispettare la scelta personale di ognuna, anche se non condivisa.

A questo proposito è più che giusto rispettare chi decide di scrivere come ho scelto io, anche non se ne capisce fino in fondo il motivo. Non Vi cambia niente: una persona che decide di usare ə e з, non Vi fa alcun danno, neanche in fase di lettura: fin qui avete letto così male?


Le parole creano identità, è un fatto noto. Chi studia le parole (ed il linguaggio) ha dimostrato come queste influenzano la cultura, che a sua volta influenza e modifica il linguaggio. Un esempio molto semplice è l’uso degli inglesismi nella lingua italiana.
Possiamo far sì che sia un circolo vizioso o virtuoso, sta a noi, è una nostra responsabilità.

Proprio la mia amata lingua, che padroneggio molto poco e mi affascina ogni giorno di più, mi fa in un qualche modo soffrire.
Se mi leggete da un po’ avrete notato che da un certo punto in poi ho declinato tutto sia al femminile che al maschile, consapevole di rendere la lettura molto più complicata. Purtroppo nella nostra lingua non c’è il neutro e, ahimè, il maschile non è una specie di neutro come dicono in molte.

Questa è la mia piccola battaglia personale. So che per cambiare la cultura in cui vivo devo, in qualche modo, fare la mia parte ed ho iniziato da qui.
Svolgo un lavoro per molte considerato da uomo, vivo ogni giorno su di me il maschilismo, da quello più velato a quello più esplicito. Sento il dovere morale di fare la mia parte. Ho scelto un lavoro che mi piace e mi appassiona, non ho pensato fosse da uomo o da donna e non sopporto il maschilismo imperante che pensa che una donna non possa usare un trapano o che debba fare solo lavori che non le rovini le unghie.

Purtroppo proprio di recente mi sono ritrovata a parlare con miei coetanei che, a mio avviso, stanno regredendo: a loro dire la donna che sceglie di essere madre deve rinunciare a lavorare. Trovo tutto ciò allucinante in generale, se poi è un uomo di 40 anni a pensarla così, mi sento molto più turbata.

Da un po’ cerco il modo giusto per fare la mia parte. La faccio ogni qualvolta rispondo non ci sono lavori da donna o da uomo, come spesso mi ritrovo a dire non ci sono sport da donna o da uomo, non ci sono giocattoli da bambina e da bambino.

Provo nella mia quotidianità a portare un messaggio diverso da quello comune e soffro nel pensare e nello scrivere che questo modo di ragionare è ancora lontano dalla realtà che vivo.

Così, anche se il mio pubblico è principalmente maschile, ho deciso di scrivere e declinare i miei post al femminile.

In fondo ci viene chiesto continuamente di non prendercela per questi articoli al maschile perché il maschile è una specie di neutro, confido che chi mi legge capisca il mio intento, spero che gli uomini che mi seguono da tempo appoggino questa causa.

Sono una donna, ho aperto questo blog per incoraggiare altre donne, è arrivato il momento di parlare loro senza remore e, soprattutto, voglio fare la differenza.

Non Vi nego che è una cosa tutt’altro che facile. Spesso scrivo e poi torno indietro a correggere. Ci sono volte che il testo non mi suona, anche se scritto correttamente, per quanto poco sono abituata a certi suoni. Questo conferma la cultura in cui siamo immerse, cultura che mi ha stancato, che mi vede come una donna triste perché non ho un compagno o dei figli ed allora riversi tutto sul lavoro, senza pensare che io amo il mio lavoro e che non tutte le donne vogliono una famiglia o dei figli. Io stessa, per quanto creda fortemente in quello che dico e scrivo, a volte mi sento fuori tempo e fatico a esprimermi come vorrei, tanto è maschilista il Paese in cui vivo.

Faccio la mia piccola parte, perché le parole creano identità e l’idea che una donna preferisca essere chiamato avvocato invece che avvocata perché teme di non essere presa sul serio, mi fa male. Faccio la mia piccola parte, perché come dite sempre sono coraggiosa e determinata ed ho deciso di lottare anche per tutte le donne che non ci riescono, che ad ascoltarle ti rendi conto di quanto siano sottomesse ad un sistema da smantellare, il cosiddetto patriarcato.

Non biasimo queste donne, io stessa ogni giorno lotto contro certi pregiudizi, contro me stessa, per creare una società diversa, una cultura diversa. Inizio dalle parole e dai miei blog, inizio con i mezzi che ho, per come posso. Un primo passo seppur piccolo è sempre un primo passo.