Foto di Fabio Bussalino mentre apro la ciclofficina.

Aggiornamento del 19/11/2022.

Da quando ho scritto questo articolo (13/11/2021) ad oggi sono molto cresciuta: ho letto, studiato e approfondito. Mi sono sempre di più avvicinata a forme di attivismo ed ho cercato di snaturare i miei stessi pregiudizi. Di conseguenza credo sia evoluto anche il mio di scrivere.

Ho aggiornato buona parte del testo ma onde evitare di rendere la lettura troppo macchinosa e non scorrevole, metto qui un’importante premessa: quando parlo di uomini e donne non mi riferisco all’identità biologica ma all’identità di genere.

So che esistono molte sigle per spiegare questa cosa, ma io stessa fatico ad usarle e leggerle, a meno di non essere molto attivə in certi ambienti, non è così immediato. Mi limito a questa premessa, impegnandomi a migliorare sempre più nello scrivere e dialogare in modo inclusivo.


Non ho scelto una strada facile, non ho mai scelto il percorso più semplice. Non so se è una forma di masochismo o una questione culturale, sono stata educata al principio secondo cui faticare vuol dire essere degne. Non so se è semplicemente sfiga. Di fatto non ho mai scelto la strada più facile.

In realtà non credo alla sfiga, credo che raccogliamo ciò che seminiamo e proprio questo mio modo di pensare, questa mia fede, mi ha mandato profondamente in crisi. Se guardo ciò che sto raccogliendo, mi domando cosa (parolaccia) ho seminato e, allo stesso tempo, cerco di ricordarmi che quel che conta è come decido di reagire. Non è affatto facile. Come non è facile il lavoro che ho scelto.

La meccanica ciclistica di per sé non è nulla di trascendentale da imparare. Puoi essere più o meno portata, ma tutto si impara. Alcune cose sono più complesse, altre più semplici, ma alla fine con impegno dedizione e molta pratica, tutto si impara.

Stare immersi in questo tipo di ambiente non è per niente facile: un mondo di uomini che si sentono invasi nel loro territorio, che volenti o nolenti non reagiscono bene di fronte ad una donna.

Capita che anche la persona più emancipata, mentalmente libera, cada in una qualche forma di pregiudizio. Proprio stasera, durante un confronto, mi hanno fatto notare come io viva le mie giornate immersa in questo ambiente non facile. Onestamente non ci avevo mai riflettuto, non in questi termini.

Amo il mio lavoro, sono convinta delle scelte che ho fatto e non mi è mai importato molto del contesto. Nell’arco di tutta la mia Vita mi è capitato spesso di subire discriminazioni. Non sono mai stata una ragazza magra, né sono dotata di chissà quale bellezza. Per un lungo periodo ho portato i capelli corti e vestivo in modo molto maschile. Insomma, ho dovuto lottare contro stereotipi e pregiudizi per buona parte della mia Vita. Continuo a farlo ogni giorno.

Così ho deciso di rendere la mia Vita stessa un mezzo per lottare contro questa forma di pensiero.

Che poi, a dirla tutta, a me non piace l’espressione lottare: non devo indossare un’armatura e combattere contro chissà quale nemico. Quello che vorrei fare è sensibilizzare, attraverso il mio lavoro e ciò che sono, ad un nuovo modo di vedere le cose.

Siamo nel 2020 e trovo assurdo che ancora si distingua tra lavoro da donna e lavoro da uomo, tra le cose da femminuccia e quelle da maschietto. Trovo assurdo che questo tipo di distinzione esista a tutti i livelli.

Mi chiamo Adriana, ho ormai superato i 40 e sono una ciclomeccanica. Sono stanca di sentire frasi del tipo è un lavoro da uomouna donna che aggiusta bici?

Sono consapevole che certe espressioni sono figlie della cultura in cui le persone sono cresciute, che non sempre c’è cattiveria o malizia, ma non le rende meno gravi. Ed anche se sapevo che tutto questo sarebbe successo (come mi è stato fatto notare molte volte, un po’ sull’onda del te la sei cercata) non autorizza nessunə a comportarsi in modo così stupido.

Perché la discriminazione e i pregiudizi sono frutto della stupidità, di una mente chiusa, incapace di vivere qualcosa di nuovo.

In particolar modo, quando si è davanti ad atteggiamenti estremamente maschilisti, si assiste alla pochezza di una persona incapace di gestire il confronto con un’altra. Ma non solo è difficile viverle certe cose, è molto complicato parlarne, perché si tende a semplificare dal lascia correre che ti fai del sangue marcio al che ci vuoi fare è così, passando per lascia stare che passi da isterica.

Noi donne, in ogni ambito, passiamo metà della nostra Vita a pensare a come dire le cose, per non risultare acide, nella speranza che ciò che abbiamo da dire arrivi al nostro interlocutore. Vi pare giusto? Vi pare giusto dover stare a pesare ogni virgola ed ogni tono di voce per evitare che il discorso cada nel vuoto? Io no, non lo trovo giusto.

Un po’ di tempo fa avevo provato a creare un gruppo facebook, Ryunio*, per riunire le donne ciclomeccaniche di Italia e non solo. Per riunirci, sostenerci, condividere e cercare di diffondere un messaggio diverso. Non ha funzionato.

Così ho deciso di aprire qui sul blog una sezione, dove parlo di parità di genere, un argomento ancora (soprattutto) oggi così spinoso, un luogo dove farmi portavoce di un messaggio da donna per le donne, nella speranza che possa cambiare qualcosa, aiutare anche una sola persona, permettere di evolvere anche un solo atteggiamento.

Mentre scrivo non ho nessun tipo di proposta concreta. Sono solo stanca di essere trattata come se fossi una ragazzina e non una donna, come se non ne capissi niente anche se è il mio lavoro. È proprio uno dei motivi per cui sono diventata meccanica: non mi piaceva la supponenza con cui il mio meccanico si rivolgeva a me, come donna cosa ne volevo capire io.

Mentre scrivo, sono molto triste nel constatare che la mia scelta lavorativa è molto più complicata di quello che immaginavo. E sono triste perché nel 2020 non se ne può più di certi comportamenti.
Non voglio buttarla sul femminismo becero, ma credo ci sia un fondo di verità quando si afferma che gli uomini hanno paura delle donne ed è per quello che cercano di controllarle. Nel mio piccolo, questa situazione la vivo.

Il mio lavoro è un mezzo per trasformare la società, affinché diventi un posto migliore per tuttə, soprattutto per le future generazioni.

*La scelta del nome Ryunio non era casuale ma fortemente simbolica.

Ryunio è la figlia del re drago che, nel dodicesimo capitolo del Sutra del Loto, raggiunge l’illuminazione.

Facciamo un passo indietro.

Il Sutra del Loto è il testo principale su cui si basa il Buddismo Laico di Nichiren Daishonin, religione diffusa in tutto il mondo grazie alla Soka Gakkai Internazionale.

All’epoca di Shakyamuni vi era l’usanza di tramandare oralmente gli insegnamenti. I Sutra, tra cui quello del Loto, è stato scritto in seguito dai discepoli allo scopo di non perdere nessuno di questi insegnamenti.
Senza entrare in dettagli storici complicati e inutili al fine di quello che Vi voglio raccontare, è importante comprendere una cosa.

Sia all’epoca dell’enunciazione che della trascrizione, si pensava che le donne non potessero raggiungere l’illuminazione. Nel dodicesimo capitolo del Sutra del Loto viene raccontata questa metafora, dove una bambina, per di più drago, dona un gioiello a Shakyamuni come simbolo della sua illuminazione, lo stadio supremo che un essere umano potesse mai raggiungere.
Era un insegnamento rivoluzionario per l’epoca, andava oltre ogni convinzione, tanto è vero che i discepoli del Budda, anche i più illuminati, subito si opposero, non comprendevano e non riuscivano a crederci.

In sintesi, attraverso questa metafora, il Budda ci ha insegnato che tutti sono perfettamente dotati e che la condizione di felicità assoluta, libertà dalla paura e da tutte le illusioni è inerente ogni forma di Vita.


La Ciclista Ignorante, un progetto indipendente, che va oltre la sola ciclomeccanica, che ambisce a diffondere e condividere un nuovo stile di Vita, basato sull’etica, la trasparenza, la contaminazione di idee, un progetto in cui la bicicletta è sempre stato un mezzo e mai il fine.

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