(Questo post è anche in versione audio, la trovate in fondo)

Non ho scelto una strada facile, non ho mai scelto il percorso più semplice.
Non so se è una forma di masochismo o una questione culturale, sono stata educata al principio secondo cui faticare vuol dire essere degne.
Non so se è semplicemente sfiga. Di fatto non ho mai scelto la strada più facile.

In realtà non credo alla sfiga, credo che raccogliamo ciò che seminiamo e proprio questo mio modo di pensare, questa mia fede, stanotte mi ha mandato profondamente in crisi.
Se guardo ciò che sto raccogliendo, mi domando cosa cavolo ho seminato e, allo stesso tempo, cerco di ricordarmi che quel che conta è come decido di reagire.
Non è facile, affatto. Come non è facile il lavoro che ho scelto.

La meccanica ciclistica di per sé non è nulla di trascendentale da imparare. Puoi essere più o meno portata, ma tutto si impara. Alcune cose sono più complesse, altre più semplici, ma alla fine con impegno dedizione e molta pratica, tutto si impara.

Stare immersi in questo tipo di ambiente non è per niente facile: un mondo di uomini che si sentono invasi nel loro territorio, che volenti o nolenti non reagiscono bene di fronte ad una donna.

Capita che anche la persona più emancipata, mentalmente libera, cada in una qualche forma di pregiudizio.
Proprio stasera, durante un confronto, una mia amica mi ha fatto notare come io viva le mie giornate immersa in questo ambiente non facile.
Onestamente non ci penso, non in modo così razionale e lucido.

Amo il mio lavoro, sono convinta delle scelte che ho fatto e non mi è mai importato molto del contesto. Fino a stasera.

Nell’arco dei miei primi 40 anni di Vita mi è capitato spesso di subire discriminazioni.
Non sono mai stata una ragazza magra, né sono dotata di chissà quale bellezza. Per un lungo periodo ho portato i capelli corti e vestivo in modo molto maschile.
Insomma, ho dovuto lottare contro stereotipi e pregiudizi per buona parte della mia Vita. Ed oggi non c’è eccezione a questa regola.

Così ho deciso di rendere la mia Vita stessa un mezzo per lottare contro questa forma di pensiero.
Che poi, a dirla tutta, a me non piace l’espressione lottare: non devo indossare un’armatura e combattere contro chissà quale nemico.

Quello che vorrei fare è sensibilizzare, attraverso il mio lavoro e ciò che sono, ad un nuovo modo di vedere le cose.

Siamo nel 2020 e trovo assurdo che ancora si distingua tra lavoro da donna e lavoro da uomo, tra le cose da femminuccia e quelle da maschietto. Trovo assurdo che questo tipo di distinzione esista a tutti i livelli.

Mi chiamo Adriana, ho 40 anni e sono una ciclomeccanica.
Sono stanca di sentire frasi del tipo è un lavoro da uomouna donna che aggiusta bici? ed anche se lo sapevo, come mi hanno fatto notare in molti, non autorizza nessuno a comportarsi in modo così stupido.

Perché la discriminazione e i pregiudizi sono figli della stupidità, di una mente chiusa, incapace di vivere qualcosa di nuovo.

In particolar modo, quando si è davanti ad atteggiamenti estremamente maschilisti, si assiste alla pochezza di un uomo incapace di gestire il confronto con una donna.
Ma non solo è difficile viverle certe cose, è molto complicato parlarne, perché si tende a semplificare dal lascia correre che ti fai del sangue marcio al che ci vuoi fare è così, passando per lascia stare che passi da isterica.

Noi donne, in ogni ambito, passiamo metà della nostra Vita a pensare a come dire le cose, per non risultare acide, nella speranza che ciò che abbiamo da dire arrivi al nostro interlocutore. Vi pare giusto? Vi pare giusto dover stare a pesare ogni virgola ed ogni tono di voce per evitare che il discorso cada nel vuoto? Io no, non lo trovo giusto.

In realtà mentre scrivo sono triste, per questioni personali ed anche nel ripensare e descrivere queste situazioni. Sono triste e non ho idea di come fare, ma voglio fare qualcosa.

Un po’ di tempo fa avevo provato a creare un gruppo facebook, Ryunio, per riunire le donne ciclomeccaniche di Italia e non solo. Per riunirci, sostenerci, condividere e cercare di diffondere un messaggio diverso. Non ha funzionato. Non ho grande feeling con i gruppi facebook. Proprio ieri l’ho chiuso, ma non ho archiviato l’idea.

Così ho deciso di aprire qui sul blog una sezione Ryunio.

Un luogo dove parlo di questo argomento così spinoso, un luogo dove farmi portavoce di un messaggio da donna per le donne, nella speranza che possa cambiare qualcosa, anche una sola persona, un solo atteggiamento.

Quando si parla di parità di genere se ne sentono di ogni tipo. Al momento sono in fase di raccolta informazioni: sono curiosa di comprendere come mai su tutto il territorio nazionale esistono così tante microrealtà che se ne occupano. Vorrei capire l’esigenza di essere così tante e, nella speranza trovassi animi affini al mio, vorrei unirmi per riuscire a fare qualcosa di concreto.

Mentre scrivo, stanotte, non ho nessun tipo di proposta concreta. Sono solo stanca di essere trattata come se fossi una ragazzina e non una donna, come se non ne capissi niente anche se è il mio lavoro.
In fondo è tra i motivi per cui sono diventata meccanica: non mi piaceva la supponenza con cui il mio meccanico si rivolgeva a me, come donna cosa ne volevo capire io.

Stasera, mentre scrivo, sono molto triste nel constatare che la mia scelta lavorativa è molto più complicata di quello che immaginavo. E sono triste perché nel 2020 non se ne può più di certi comportamenti.
Non voglio buttarla sul femminismo becero, ma credo ci sia un fondo di verità quando si afferma che gli uomini hanno paura delle donne ed è per quello che cercano di controllarle. Nel mio piccolo, questa situazione la vivo.
Riassumo tutto questo sproloquio?

Voglio fare qualcosa, per le donne e non solo per loro, ma per la società, affinché diventi un posto migliore per tutti, soprattutto per le future generazioni.

Il mio lavoro è un mezzo per raggiungere questi obiettivi, da questo momento in poi inizia un percorso di ricerca e studio. Qualsiasi consiglio in merito è ben accetto.


La scelta del nome Ryunio non è casuale ma fortemente simbolica.

Ryunio è la figlia del re drago che, nel dodicesimo capitolo del Sutra del Loto, raggiunge l’illuminazione.

Facciamo un passo indietro.

Il Sutra del Loto è il testo principale su cui si basa il Buddismo Laico di Nichiren Daishonin, religione diffusa in tutto il mondo grazie alla Soka Gakkai Internazionale.

All’epoca di Shakyamuni vi era l’usanza di tramandare oralmente gli insegnamenti. I Sutra, tra cui quello del Loto, è stato scritto in seguito dai discepoli allo scopo di non perdere nessuno di questi insegnamenti.
Senza entrare in dettagli storici complicati e inutili al fine di quello che Vi voglio raccontare, è importante comprendere una cosa.

Sia all’epoca dell’enunciazione che della trascrizione, si pensava che le donne non potessero raggiungere l’illuminazione. Nel dodicesimo capitolo del Sutra del Loto viene raccontata questa metafora, dove una bambina, per di più drago, dona un gioiello a Shakyamuni come simbolo della sua illuminazione, lo stadio supremo che un essere umano potesse mai raggiungere.
Era un insegnamento rivoluzionario per l’epoca, andava oltre ogni convinzione, tanto è vero che i discepoli del Budda, anche i più illuminati, subito si opposero, non comprendevano e non riuscivano a crederci.

In sintesi, attraverso questa metafora, il Budda ci ha insegnato che tutti sono perfettamente dotati e che la condizione di felicità assoluta, libertà dalla paura e da tutte le illusioni è inerente ogni forma di Vita.