Scatto a caso.

Si è fatto un gran parlare di Ivan Basso, della locandina e dei consigli ai ciclisti.
E così ho deciso di dire la mia (qua e là è sfuggita qualche parolaccia: mi scuso in anticipo con chi ne sarà infastidito).

I ciclisti non sono una categoria intoccabile, come non lo sono tutti gli altri utenti della strada.

Premetto che attualmente sono solo ciclista: non ho mezzi a motore, mi muovo in bici, a piedi, o in treno. Ed è tanto tempo che non guido macchina o scooter.

Da quando pedalo mi rendo conto che io stessa, con un motore sotto il fondoschiena, ero prepotente in strada. Adesso ho molta più timore della velocità rispetto a prima, e sono molto più rispettosa del codice della strada.
Personalmente la bici mi ha fatto questo effetto, non è detto che lo faccia a tutti. Anzi. Ci sono diverse occasioni in cui il ciclista si sente intoccabile e al di sopra di tutto e si comporta un po’ come un pedone ed un po’ no, con poco rispetto di tutti gli altri.

Lo stronzo c’è da tutte le parti e fare di tutta l’erba un fascio non ha senso.

Chi era Ivan Basso non lo sapevo prima di questi ultimi eventi (non seguo il ciclismo professionistico), per me è una persona qualunque che ha fatto quello che ha fatto per motivi che non conosco, e per cui non mi permetto di giudicare: necessità di rimanere famoso? Soldi? Senso civico? Inoltre se è stato (solo) un professionista fino all’altro ieri non vuol dire che ora non possa divenire un ciclista urbano o un cicloturista.

La stessa categoria di ciclisti è talmente etereogenea, che spesso agli occhi dello Stato, nella richiesta di cose e comportamenti che sarebbe più che lecito chiedere (zone pedonali, ciclabili, zone a 30 km/h, etc etc etc…) risulta divisa e in contraddizione con se stessa: siamo tanti, tutti diversi con esigenze diverse, e quello che manca è una visione comune, e soprattutto uno scopo per il bene della comunità e non solo per pochi gruppi o individui.

Nella locandina in questione non c’è scritto nulla di assurdo.

Sono tutti comportamenti che si dovrebbero tenere: un po’ per senso civico, un po’ perchè obblighi di legge (ad esempio le luci) ed un po’ perchè ci è cara la pelle, ed è inutile nascondersi dietro un dito… pedalare nelle nostre città è ancora pericoloso.
L’unico appunto che mi viene da fare è che la fila indiana è un consiglio sbagliato: il codice della strada prevede che i ciclisti viaggino a coppie e che si spostino in fila indiana se sopraggiunge un mezzo, per facilitare il sorpasso. È dimostrato che in questo modo chi arriva da dietro deve rallentare e prendersi il giusto tempo e il giusto spazio per il sorpasso.

Per il resto non usare entrambi gli auricolari, stare attenti alle portiere e seguire il codice della strada non sono altro che suggerimenti sensati, per altro abbastanza triti e ritriti (anche le polemiche annesse sono un po’ trite e ritrite).

Un po’ di tempo fa, io stessa avevo scritto un post dove sconsigliavo ai miei colleghi ciclisti di non usare entrambi gli auricolari quando si pedala: è successo di tutto.
Tra l’altro io ascolto la musica in bici da un auricolare solo, non sono così ligia alle regole (e non ho mai capito se si possa o no), e mi sfugge come si faccia a guidare con entrambe le orecchie tappate.

Leggendo altri post in merito a questa locandina, mi sono accorta come non si perda occasione di travisare il senso delle cose o spostare l’attenzione su altri comportamenti ancora più pericolosi:
“Ciclista sarebbe meglio non facessi così.”
“Ma quello in macchina fa peggio.”

Un esempio? Una delle tante risposte che ho letto, in merito alla questione auricolari in risposta alla locandina, è stato: in macchina sono più pericolosi i gps.
Cosa c’entra? Spiegatemi perchè ogni volta bisogna rispondere puntando il dito su un comportamento ancora più pericoloso?
Non ci sono statistiche che dimostrano che gli auricolari sono pericolosi per i ciclisti (ho letto anche questa): dobbiamo aspettare di farla questa statistica o possiamo per una volta prevenire?

Personalmente patisco molto la mancanza di autocritica e il puntare il dito sempre sugli altri.

Sicuramente si passa un messaggio sbagliato, ma non per i contenuti in sé, detti e scritti da Ivan Basso, ma perchè si deresponsabilizzano gli utenti pericolosi della strada: pericolosi perchè guidano mezzi pesanti, che senza il giusto controllo possono fare morti e feriti, non perchè chi guida un’auto o un camion è per forza pericoloso.

Mi unisco all’indignazione perchè si fa educazione stradale sempre e solo ai ciclisti.

I messaggi dovrebbero essere veicolati su tutte le categorie: trovo molto più educativo e utile realizzare una locandina destinata agli automobilisti, piuttosto che offendere Basso per la sua opera (sorvolo su questa moda di offendere le persone sul personale, invece di discutere in modo costruttivo sull’oggetto della questione, in questo caso il contenuto della locandina).

Per esempio si potrebbe dire loro: automobilista in strada non sei da solo, rispetta i limiti di velocità e le precedenze, guarda prima di aprire la portiera, mantieni una distanza opportuna quando superi moto, scooter e bici…
Per sfizio ho creato una controlocandina, non avevo tempo di fare un lavoro di grafica sopraffino, l’ho creata in dieci minuti… qui sotto il risultato: a sinistra quella originale (tratta dal web), a destra la mia.

Locandina Ivan Basso a sinistra. Mia ipotesi (nata in 10 minuti) a destra. Una controlocandina per lanciare un messaggio costruttivo e di dialogo.

Molti affermano che gli automobilisti si incazzano ed allora si evita di rivolgersi direttamente a loro. Mi sfugge questo tipo di argomentazione: anche se si incazzano, pazienza… tra mille ce ne sarà almeno che si ferma a riflettere?

Il punto è che manca l’educazione, di base, a tutti i livelli e la volontà di uno Stato di educare veramente (per un Paese più prospero e felice).

L’altro giorno mio padre mi diceva che la norma (sparita dalla riforma del codice della strada) che prevedeva un minimo di 1,5 mt di spazio per il sorpasso del ciclista, è assurda. Con molta pazienza gli ho spiegato: non ha capito.
Mio padre, che ha una figlia ciclista, che tutti i giorni gira in città in bici, non sopporta i ciclisti in strada, perché fanno perdere tempo: ad esempio è il primo a non rispettare i limiti di velocità.
Ed io ero uguale prima: non a caso mi ha educato lui e per me era giusto non rispettare i limiti.

La cultura non si cambia a botte di insulti, o di atteggiamenti violenti (perchè in tante risposte e articoli io ho letto tanta violenza, anche nelle parole).

La cultura si cambia con la pazienza, iniziando da casa nostra: forse la mia generazione non vedrà mai un’Italia ciclabile, ma non importa, quel che conta è continuare a seminare.

Personalmente sono d’accordo con Basso quando dice che intanto dobbiamo iniziare a pedalare senza aspettare le ciclabili, altrimenti non cambieremo mai le cose. Questo non esclude il continuare a lottare per ottenere i nostri spazi sicuri: tra l’altro non ho letto da nessuna parte che Basso è contrario alle piste ciclabili, come invece è stato affermato da molti in rete in questi giorni.

Chiudo con un’ultima riflessione.Sto ancora studiando e non ho dati certi.

Dove ora ci sono piste ciclabili ci sono più ciclisti: è un fatto. Ma quelle piste sono nate a prescindere o perchè qualcuno già pedalava ed ha dimostrato che servivano anche a chi non ne voleva sapere di cambiare la geografia delle strade?

Se vi è capitato di vedere in giro foto di Copenaghen o di Amsterdam di qualche anno fa, avrete sicuramente notato anche voi che sono quello che sono ora grazie ad un insieme di fattori: ciclisti e politica si sono uniti per un percorso comune, e non sono diventate così da un giorno all’altro.


Raramente faccio leggere i miei post in anteprima, questa volta l’ho fatto.
Mi è stata consigliato di modificarlo: non l’ho fatto, per coerenza a me stessa, e perché, anche se ovviamente scrivo per essere letta, ho deciso di non snaturarmi in nome di qualche click. E, soprattutto, mi è stata posta una domanda…

Perché scrivi questo post?

L’ho scritto perché non mi piacciono le cose che leggo e perché credo che ci siano persone con me, in rete e non solo, che non parlano per paura o non-voglia dello scontro e che non si sentono rappresentati come ciclisti. L’ho scritto sperando che voi, il mio target come si dice in gergo, siate come me: oltre la mera polemica e la critica fine a se stessi, verso un modo di agire e pensare costruttivo, perché non è una gara a chi ha ragione, ma bensì dovrebbe essere una tavola rotonda dove tante voci insieme trovano una soluzione senza puntarsi il dito l’un l’altro, senza limitarsi alla sola questione di torto o ragione.