Piccoli doni

Le iniziali k.o. stanno per knock out, termine che in inglese indica la sconfitta di un pugile che viene messo fuori dalla gara prima del termine o, come si dice in gergo pugilistico, prima del limite. Alla lettera knock out significa “colpo fuori”, cioè “colpo (che mette) fuori (combattimento)”.
(Fonte Corriere.it)

Quanto è difficile prendersi cura di se stessi? Quanto è difficile non lasciarsi andare e capire quando è il momento di fermarsi un attimo, prima di crollare?

Due settimane fa, in circa 10 minuti, ho deciso di spostare lo stage al mese prossimo.
Al lavoro era il delirio, ed a parte tutti i discorsi del se lo meritano se non lo meritano, io non ero tranquilla, non l’avrei vissuto bene con il pensiero delle consegne di questa settimana. Inoltre, non so perchè avevo addosso uno strano senso di inquietudine, non volevo lasciare i gatti: insomma, sapevo che sarebbe stato tutto sbagliato.
Così in dieci minuti ho chiamato prima Bikeitalia per vedere se si poteva spostare, poi mia cugina che avrebbe dovuto ospitarmi e, infine, la mia migliore amica che accudisce le mie belve in mia assenza. Non avevo neanche ancora fatto il biglietto del treno, e sarei dovuta partire domenica… non era da fare, non in quel momento.

Lunedì messo piede in laboratorio, dopo circa 10 minuti, iniziavo a pentirmi della mia scelta: ancora una volta avevo messo davanti l’azienda non mia (sì mi dà da mangiare, ma comunque resta non mia), l’avevo messa davanti alla mia vita: solo io però.

Ed allora è tornata prepotente la solita domanda Dove è il limite? Dov’è il limite tra la mia vita personale e il mio lavoro? Possibile che sia tutto così concatenato da non capire dove inizia la vita personale e finisce quella lavorativa?

Mi sono ripetuta tutte le motivazioni della mia scelta ed ho fatto il mio lavoro. Ho anche ricevuto qualche grazie, che hanno fatto bene al cuore e ai mille dubbi: non prendo le mie scelte sperando in ringraziamenti o distesa di tappeti rossi o applausi scroscianti, ma se arrivano male non fanno.

Mi sono interrogata tutta la settimana sul cosa vuol dire fare bene, se stavo facendo bene. Quando arrivi a discutere per lavorare bene qualcosa non torna.
Non è la prima volta e sì, è uno dei tanti motivi che mi hanno portato a fare le scelte lavorative che ho fatto.

Ma non basta sapere che tra qualche tempo la mia strada avrà preso un’altra direzione, perchè io sono ancora dove sono ed amo lavorare bene.

Mi sono talmente devastata di dubbi, che alla fine sono crollata, il mio fisico non ce l’ha fatta: se non sai quale è il limite, il tuo corpo non mancherà di indicartelo molto chiaramente.
Praticamente non sto in piedi, ho la pressione schizzata come uno yoyo che tende ad essere troppo alta, è da giovedì scorso che ho un mal di testa assurdo che non sembra se ne stia andando, ed ho un autonomia in piedi di non più di mezz’ora, dopo devo sedermi.
Sorvolo sulle condizioni dell’asma.

Non è normale stare così a 38 anni. Non è normale ammallarsi per il lavoro, e non deve diventare normale ogni tanto farsi un bell’esaurimento, perchè ho fatto due giorni che qualsiasi cosa mi dicevano avevo gli occhi lucidi, ed io per questa strada ci sono già passata, la conosco bene, non voglio ripercorrerla.

Tra pessime digestioni e pressione alta, una è la strada da percorrere: una dieta ferrea. E visto che mi sono spaventata non poco in questi giorni, la seguirò. Ho anche pensato di reintragrare carne e pesce ma mi sento male al solo pensiero, così sarò (quasi) vegana per colpa-merito del mio corpo che mi ha lanciato segnali inequivocabili.

E devo anche smollarci un attimo con il lavoro nuovo, perchè come ho già scritto, ora posso solo aspettare, non c’è niente che io al momento possa fare. Devo chiudere una situazione e aprire quella nuova. Non a caso ho anticipato i tempi. Avevo pensato di fare doppio lavoro, ma con i miei orari non ce la posso fare, e onestamente ho scartato l’idea del part-time per tanti motivi che non ha senso elencare.

Io voglio una vita nuova e l’impazienza di costruirmela mi sta facendo vivere male quella che ho, trascurandomi, ed anche tanto.

Così non vado da nessun parte.

Per fortuna questa cosa è successa ora, ora che ho tutto il tempo di rallentare, di riprendermi i miei spazi, che ho il tempo di rimpararare a prendermi cura di me stessa. Perchè solo io posso farlo.
Ho tante amiche e non sono sola, ma io per prima devo amare me stessa.
Anche l’ennesima delusione sentimentale si fa sentire: ho fatto la dura, ho fatto quella che aveva già pianto abbastanza, e in effetti non mi viene da piangere se penso a questa relazione finita, però è evidente che il mio corpo ancora non ha metabolizzato.
Non so come mai, ma ad un certo punto ho deciso che correre freneticamente e pensare il meno possibile potesse essere la strada giusta. Pensare non riesco a smettere e correre freneticamente è energia sprecata.
Me lo sono detta tante volte, e so che è la cosa giusta, ma io non lo so come si fa a rallentare.

Questo è il mio grosso problema: mi sembra di non fare mai abbastanza.

In questo weekend kappaò, ho comunque pulito casa, cucinato, e praticato con un’amica. Con calma, sedendomi ogni volta che le energie mi abbandonavano.
Perchè mi sono fatta convincere che se non corro come una pazza non faccio abbastanza?
Questo è stato il grande regalo di quando ho ricominciato a pedalare quattro anni fa: rallentare. Poi ho capito i tempi di spostamento, mi sono trasferita vicino al mio posto di lavoro e mi sono ritrovata in una vita che di nuovo non mi piace più.

Non posso aspettare il nuovo lavoro per cambiare questa cosa, perchè lavorerò più ore di adesso. Devo rimparare adesso a volermi bene, anche se fa male dovermi occupare di me dopo che mi ero illusa di aver trovato qualcuno che volesse farlo insieme a me.
Per la prima volta in vita mia non sono riuscita a tirare fuori un dolore, non l’ho mai fatto. Ho fatto finta di niente, l’ho messo da parte, ed il mio corpo (per fortuna non abituato a tenersi le cose) è esploso.

Io mi amo, ho imparato da tempo, ma se voglio realizzare il mio progetto devo imparare a prendermi cura di me, ogni giorno.

16 aprile
L’ideogramma giapponese che indica “indaffarato” è composto da due elementi: “perdere” e “cuore”. Ciò significa che quando ci lasciamo sviare dagli impegni quotidiani, possiamo facilmente perdere di vista le cose essenziali. Proprio in quel momento dovremmo chiederci qual è il senso dei nostri sforzi.
(Daisaku Ikeda, La mappa della felicità, Esperia Edizioni)