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Non deve essere facile, deve valerne la pena: intervista a Giovanna Rossi.

Non mi ricordo quando sono inciampata per la prima volta in un post di Giovanna. Fu merito di qualche social (hanno ancora qualche pregio).
Da cosa nasce cosa e mi ritrovai sul suo blog 46percento.it: mi colpì da subito la sua forza e la sua determinazione.
Così dopo vari tentennamenti e timori che non volesse perdere tempo sul mio pseudosconosciuto blog, le ho chiesto se voleva concedermi un’intervista. 
È un po’ che queste parole aspettano di vedere la luce. Vi lascio alla straordinarietà di questa donna.

Iniziamo dalle presentazioni…

Giovanna Rossi, professione account manager presso Webranking (Digital Company di Correggio). Per passione aspirante triathleta. Vivo a Reggio Emilia da cinque anni, sono cresciuta a Cesena. Sono nata nelle Marche.

46percento.it è il tuo sito: il nome nasce dalla tua invalidità? Cosa vuol dire ad un certo punto ritrovarsi invalida?

Sì, 46percento è il mio grado di invalidità. Ho 12 vertebre bloccate per una scoliosi adolescenziale progressiva per cui sono stata operata nel 2008 e poi nel 2012. L’alternativa sarebbe stata la sedia a rotelle nel giro di qualche anno.
Ritrovarsi invalidi, anche se la mia invalidità è minore rispetto a tante altre, è certamente uno shock. La mia schiena non si piega più e i medici dopo l’intervento mi avevano detto che non avrei più potuto portare la spesa o prendere in braccio i miei bambini. All’epoca Margherita aveva 3 anni e Alberto 1 e io vivevo sola con loro.
Non potevo accettarlo, sono sempre stata molto autonoma e quindi ho reagito. Prima cercando di tornare a camminare, poi di tornare a vivere. È stato un percorso difficile e lungo che mi ha acceso una lampadina: ho scoperto che potevo fare molto di più di quello che avevo sempre fatto. Da quel momento il mio 46percento è diventato il bicchiere mezzo pieno.

Hai aperto il blog all’inizio del 2015 e scrivevi l’invalidità è uno stato mentale: la pensi ancora così?

Assolutamente sì! Anzi, più di prima. I limiti stanno soprattutto nella nostra testa. Questo non significa che dobbiamo sentirci onnipotenti ma che certamente possiamo (tutti!) fare molto di più di quel che facciamo mediamente. Questi pochi anni mi hanno fatto incontrare persone straordinarie, che hanno saputo trasformare in trampolini di lancio gli ostacoli che la vita gli ha messo davanti. Io cerco di ispirarmi a queste persone quando mi sembra di non farcela o vedo tutto nero. Sì… capita anche a me!

La tua vita è sicuramente cambiata dopo le ultime operazioni: la cosa più bella che ti ha regalato questa impegnativa e irreversibile esperienza?

La tenacia, e la fiducia. Poi certamente la gioia delle piccole cose. Ricordo come se fosse adesso la prima volta che ho fatto le scale dopo l’intervento, oppure la prima doccia, o la prima passeggiata al mare. Ho avuto la fortuna di rivivere cose che si danno per scontate come se fossero doni incredibili.

Sei un triatleta: come hai cominciato, e perché?

Tutto è nato all’alba di Elbaman nel settembre del 2014, una gara di triathlon tra le più belle d’Europa che si tiene all’isola d’Elba. Il mio compagno partecipava e io allora mi ero resa disponibile per aiutare due paratleti in zona cambio. Le emozioni che ho provato quel giorno all’alba, la luce che vedevo negli occhi concentrati dei partecipanti, mi hanno fatto sperare di potere un giorno fare una gara anche io. Dopo poche settimane ho chiesto al mio compagno (Gabriele Torcianti, allenatore) di prepararmi. Ovvio che non c’era bibliografia di un caso come il mio, e non era semplice, ma la scommessa oggi possiamo dire di averla vinta.

Come è nata l’idea del #primaditutto team? È un’idea tua? Cosa fate in concreto e che cosa avete in programma?

Dopo la mia prima gara ho pensato di farne un’altra insieme a Marina, un’amica triathleta reduce da un tumore alle ovaie. Quando gliel’ho chiesto era sotto chemio, ma mi ha detto sì. Lei dice sempre che il tumore le ha insegnato a vivere alla giornata ma con un obiettivo si vive meglio.
La nostra gara, il Challenge di Rimini l’8 maggio 2016 (triathlon di mezza distanza in staffetta dove io facevo i 90 km di bici, lei i 20 km di corsa e Catia, reduce da un linfoma non Hodgkin la parte di nuoto) suscitò l’interesse della nostra città.
A quel punto mi venne l’idea di aiutare altre persone con problemi a raggiungere i loro obiettivi sportivi. Volevo donare un po’ di quello che avevo ricevuto io con questa esperienza. Da qui il #primaditutto team. Attualmente abbiamo istituito un incontro settimanale in cui camminiamo per 5 km con pazienti ed ex pazienti dell’ospedale ma anche con persone sane che vogliono allenarsi alla salute.
Oltre a questo ci sono alcune persone che si stanno preparando per obiettivi sportivi personali, dal triathlon alla corsa.

A leggerti, mi dai l’idea di voler sostenere chi ha un problema fisico (più o meno grave), attraverso lo sport: è corretto?

Certo! Lo sport è una medicina sia dal punto di vista fisico che psicologico. Lo sport è utile sia a livello preventivo, sia per tornare alla vita dopo un incidente o dopo un intervento. Inoltre credo tantissimo in alcuni valori che contraddistinguono lo sport, quali l’impegno, la determinazione, la lealtà.

Sei anche mamma: come concili tutto? Quale è secondo te l’ingrediente segreto per trovare il proprio spazio e tempo per fare sport, nonostante l’impegni della vita quotidiana?

Questa è la parte più impegnativa di tutta la faccenda. Conciliare tutto è difficile, a volte sembra impossibile. Credo che il segreto sia nel rinunciare a qualche cosa per inseguire le nostre passioni. Tipo… una casa splendente, le mani sempre curate, una cena perfetta, i panni stirati a puntino. Credo sia fondamentale anche la persona che ci sta vicino. Si tratta di trovare un equilibrio, come sempre!

Ti ho chiesto questa intervista perché mi ha colpito il tuo sorriso. Non ti conosco se non attraverso il tuo blog, che leggo quando riesco a ritagliarmi un po’ di tempo… salutaci con qualcosa che hai voglia di condividere.

Il mio sorriso non è così scontato, sai? Non mi piace ridere senza motivo e non mi sento felice in ogni istante. Il senso del mio sorriso è quello di chi si sforza ad affrontare le cose con spirito positivo. La vita è complicata, ci sarebbero ogni giorno mille occasioni per arrabbiarsi e intristirsi. Ma alla fine è il nostro modo di affrontare ciò che ci capita a fare la differenza. Nelle piccole come nelle grandi cose. Io credo che ciò che avviene possa sempre essere utile e credo che a volte basti un tramonto o un uccellino sul davanzale per farti capire quanto la vita sia bella. Difficile ma bella.
Ma d’altronde, come insegna lo sport, non deve essere facile, deve valerne la pena!

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