Genova all'alba

Se potessimo seguire i nostri ritmi biologici più naturalmente, sono convinta saremmo più produttivi e soddisfatti.

Questo è un mio tweet di qualche mese fa e rispecchia in pieno quel che sto vivendo ora, a distanza di settimane da quando ho formulato questo pensiero.

Faccio un passo indietro: riassunto delle puntate precendenti.

Sono Adriana, più vicino ai 40 che ai 30, vivo sola, o meglio con 5 gatti; lavoro dipendente come operatrice grafica grande formato, ed ho deciso di mettermi in proprio come ciclomeccanica, ovvero voglio fare la meccanica di biciclette.
Il mio amore per le biciclette è nato solo qualche anno fa e, complice, la voglia di viaggiare, ho scoperto anche la ciclomeccanica: fu amore puro da subito.
Non è però nata subito l’idea di cambiare lavoro.

Ho impiegato dieci anni della mia Vita, ossia da quando mi sono convertita al Buddismo, per capire cosa volevo fare da grande, e quando sono andata a comprare la prima bici dopo più di 20 anni che non salivo in sella, non avevo idea di tutto quello che sarebbe successo.

In questi ultimi dieci anni ho sperimentato e provato tante strade, mi sono sentita fallita tante volte, ero convinta di esserlo perché come grafica freelance avevo chiuso ed avevo fatto molti casini con tasse e simili, ero convinta che il mio non portare fino in fondo le cose era solo la dimostrazione di quanto fossi sbagliata.

Non era così. Non è così. Non sono sbagliata, sono solo una che le ha provate tutte perché non si rassegnava (e non si rassegna) ad una vita mediocre, ma vuole una vita felice.

Pedalare ha cambiato la mia vita radicalmente: è cambiato il mio rapporto con la mia città, ho cambiato casa, ho venduto lo scooter, ho iniziato a viaggiare, ho modificato il mio rapporto con l’ambiente e il mio punto di vista sulla sostenibilità.

La ciclomeccanica mi ha reso più sicura di me, e più creativa, mi ha regalato la consapevolezza del mio valore e di quanto sono in gamba.

Sia chiaro, è ancora lunga la strada per diventare la professionista che voglio essere, ma ora non ci sono più dubbi sulla riuscita del mio percorso.
Fino a 4 anni fa, quando sono risalita in sella, non avevo idea di cosa fosse un movimento centrale o un mozzo, ed ora invece, oltre a sapere di cosa si sta parlando, so metterci mano.
L’insegnamento più grande della ciclomeccanica rimane l’aver imparato ad osservare: dote che ho acquisito con la pratica buddista e che ho affinato sporcandomi le mani sulle biciclette.

Realizzazioni imminenti. Desideri. Speranze.
Se penso cosa vorrei realizzare nell’immediato, nella mia Vita, questo disegno ne è il riassunto. Non c’è tutto, c’è una parte: il momento attuale.

Fine del riassunto delle puntate precedenti: parliamo di ora.

Ora sono stanca morta.

Sono due mesi e mezzo che tutti i lunedì sono a Monza per il masterclass, da martedì a venerdì sono al lavoro, nel mentre c’è questo blog, un futuro lavoro da avviare, una vita sociale, seppur minima, da portare avanti, la pratica buddista e tutti i relativi impegni.
Per una che vuole aprire un’officina itinerante, è buffo lo so, ma vorrei solo fermarmi fino a tempo indefinito.
Una delle cose che più ho amato, e mi manca, di quando ho cominciato a pedalare è stato come la mia Vita ha rallentato: mi prendevo il mio tempo per spostarmi, per godermi l’alba, per stare con me. Poi ho imparato a calcolare i tempi, ho imparato che non ci vuole poi così tanto a spostarsi, e sono ricaduta nella vita frenetica che pensavo di essermi lasciata alle spalle.
Così mi sento soffocare, e non è un caso che ogni giorno ho continui attacchi d’asma, non è solo lo smog o il pelo dei gatti, è molto di più.

Ho iniziato ad arrivare tardi al lavoro. Non per dispetto, non perché tanto me ne vado e non me ne frega più niente, ma perché sono stanca. Ho anche spiegato questa cosa ai miei capi.
C’è da dire una cosa del mio attuale posto di lavoro: seppur estremamente problematico e a tratti inumano (semplicemente della componente umana non se ne occupano) mi hanno permesso di prendermi ferie tutti i lunedì per costruirmi il mio futuro lavoro, e hanno compreso che il mio arrivare tardi è solo conseguenza del fatto che non riesco a tirarmi su dal letto perché stanca.
Cerco comunque di lavorare al meglio: recupero le mie ore (o mi segno permesso) e lascio il lavoro in modo tale che la mattina dopo non ci siano intoppi a causa della mia assenza.
All’inizio però vivevo male questa cosa.

Continuavo a vivere nel passato di quello che ero: quella che si alzava presto, si faceva i suoi chilometri extra, arrivava al lavoro prima di tutti, iniziando la giornata con un altro ritmo.

Quel ritmo non mi appartiene più.

La vita è fatta di un insieme di istanti diversi, che formano dei periodi, delle fasi.
Una delle cose più difficili da capire, almeno per me, che mi ha insegnato il Buddismo, è proprio la dinamicità della Vita, ed anche se l’ho detto e l’ho scritto tante volte, è difficile non pensare al passato, a quello che si riusciva a fare ed ora non si riesce più.
Si cresce, un po’ si invecchia, semplicemente cambiano le energie e le priorità.
Una delle mie priorità ora come ora, ed è anche il motivo per cui torno in proprio, è seguire il mio ritmo naturale.

Sono già stata in proprio, so che finirò col lavorare molte ore, neanche adesso mi spaventa lavorare tanto. Quello che ormai non riesco più a sopportare è avere un orario fisso tutti i giorni, soprattutto in un lavoro come quello attuale che, in realtà, può non richiederlo se organizzato bene.
L’orario fisso è stata una delle cose che del mio attuale lavoro ho sempre accettato poco, tanto è vero che sono sempre entrata prima o uscita dopo, perché ho sempre seguito il ritmo del lavoro ed ho sempre mal sopportato le interruzioni forzate in nome delle otto ore lavorative.

Ora entro dopo, esco dopo, seguo il flusso del lavoro e me ne frego delle imposizioni, e lavoro bene, rispetto le consegne.

Faccio quello che ho sempre fatto, ma con il mio ritmo.

Così ho provato a seguire il mio ritmo anche nel weekend, dandomi delle linee guide generali sulle cose che vorrei fare, ma senza troppo vincolare gli orari come facevo prima segnandomi tutto sull’agenda del cellulare e facendo scandire i miei weekend dai promemoria elettronici, ottenendo ben poco.
Ho cancellato tutto il calendario.

È due fine settimana che sono estremamente produttiva. Non riesco a fare tutto quello che vorrei, o a volte semplicemente non ne ho voglia e non faccio delle cose, ma finalmente è tornata quella sensazione nel cuore che ti ricorda che hai dato il massimo, che non è un delitto se dormi un po’ di più, e che anche se stendi la biancheria l’indomani non succede niente.
La casa è più in ordine, mi piace che sia così: per me è la manifestazione che le cose vengono da sé senza che mi debba imporre più di tanto.

Cosa vuol dire avere un blog.
La rappresentazione di cosa vuol dire per me avere un blog: quali sono le cose su cui mi concentro (o vorrei riuscire a fare).

Ed ora vi racconto di questo blog.

Con tutto il carrozzone che si porta dietro: dalla seo alla vita sui social network.

Come ho raccontato in diverse occasioni, quando ho cominciato non avevo idea di cosa servisse per far funzionare un blog: scrivevo, condividevo sui social, rispondevo ai commenti. Tutto semplice e lineare.

Poi ho iniziato a studiare e senza rendermene conto ho perso il filo del perché scrivevo. È successo poco per volta, ma ho dato sempre più precedenza alle keyword invece che allo scopo per cui è nato il blog, mi interessavo più del numero dei click e della frequenza di rimbalzo invece di quanto mi divertisse fare quello che stavo facendo. E piano piano, senza rendermene conto, è diventato tutto pesante, finché è scoppiata la bolla, con il calendario editoriale a puttane (francesismo necessario, perché dire che è fermo non rende) e tutti i post nella mia testa che non ne vogliono sapere di uscire.
Ma cosa vuol dire avere un blog che funzioni? Contano i numeri o la qualità? Ed è vero che senza qualità non si fanno i numeri?
E poi i mille algoritmi e relative strategie per emergere sui social o sui motori di ricerca.

Sapete che c’è: mi sono rotta le ovaie (per dirla al femminile, visto che sono donna).

Sono stanca di sentire parlare di algoritmi e numeri, perché il motivo per cui ho aperto questo blog è incoraggiare attraverso la mia esperienza chiunque passi di qua, quindi è arrivato il momento di ristabilire le priorità.

Ovviamente sono preziose tutte le cose che ho studiato, ed è altrettanto importante il lavoro della mia consulente seo (che pazientemente mi sopporta), però ho deciso di fare a modo mio, perché andare dietro ad un algoritmo mi pare da deficienti.

Le persone sono importanti, le esperienze e la condivisione personale devono rimanere al centro.

Google ed il suo monopolio, gli altri motori di ricerca, i social network vecchi e nuovi, zio Mark ed il suo giocattolo (facebook) che rompe le scatole, sono tutti mezzi, ma non possono e non devono essere il fine.
Non sono di certo la prima a dire e scrivere questa cosa, ma finalmente l’ho fatta mia.

Tornerò a scrivere con in mente gli unici veri scopi che per me contano: condividere e incoraggiare. Tutto il resto è un contorno.

Nel Buddismo insegnano proprio che conta il momento presente e come si usa questo momento.
Il mio presente mi sta dicendo di ascoltarmi, di seguire il mio ritmo naturale, che non vuol dire fare solo quello che si vuole, quando lo si vuole.
È un dato oggettivo che non si può fare solo quello che ci va di fare: nessuno pagherebbe più le bollette, ad esempio, oppure io vivrei nutrendomi solo di pizza.

Seguire il proprio ritmo è viaggiare su una linea sottile, estremamente personale.

L’unico consiglio che mi sento di dare è: imparate ad ascoltare voi stessi.
Questa è la base per qualsiasi passo nella vita. Quando si è in grado di fare questa cosa tutto il resto diventa contorno.

 

Per un approfodimento: Simone Perotti al TedxCesena. Un video che può essere un interessante spunto di riflessione.