Su una panchina, durante una gita estiva, in sfida con le salite (e le discese).

(Questo post ha anche la versione audio, la trovate in fondo: lettura del post con chicca finale)

È da lunedì che faccio orari assurdi in laboratorio… inizia il periodo Salone Nautico: tanto lavoro e confuso, un po’ come per Slow Fish.
Ho deciso che anche se (apparentemente) l’argomento è totalmente off topic, di pubblicare comunque questo post: l’intenzione è quella di fissare questo momento importantissimo, e come sempre di regalare la mia esperienza nella speranza possa incoraggiare chi passa di qui.
È qualche giorno che rifletto sulla fortuna che ho, sulla mia stupenda vita, e ci tengo (a costo di sembrare pedante) a sottolineare il fatto che tutto questo non è piovuto dal cielo, ma l’ho costruito mattone per mattone.

Ho incontrato la pratica buddista nel 2003 e dopo il mio personale percorso, nel maggio 2007 ho deciso di diventare membro della Soka Gakkai e ricevere il Gohonzon.
Non intendo entrare nei dettagli della pratica buddista, ma ritenevo importante fare questa premessa per capire il resto di questo post.
Nel maggio 2007 lavoravo in proprio, e le cose non andavano benissimo: mi ero messa in proprio nel 2001 nella mia totale incoscienza e nella più completa superficialità ad oggi ho un debito con Equitalia.
Dopo qualche settimana, a giugno 2007, ho trovato il lavoro che ancora faccio: all’inizio ero a partita iva e l’idea era di starci qualche mese, giusto il tempo di capire cosa avrei voluto fare nella vita.

Sono passati dieci anni.

In questi dieci anni, ho praticato per andarmene, perché questo non era il posto che volevo, per lo meno all’inizio.
Ma ad un certo punto mi sono fatta assumere ed ho chiuso l’attività in proprio (con un senso di sconfitta dentro indescrivibile), e per molto, moltissimo tempo ho cercato la mia strada, iniziando 1000 cose e lasciandone a metà 1001.
Mi sono sentita tantissime volte fallita e sbagliata, inconcludente. Ho pensato milioni di volte che non ero capace di far nulla.

In tutto questo percorso non ho mai mollato la pratica e sono passata, nel mio posto di lavoro, dal raccogliere la spazzatura a gestire l’ufficio (ma se serve raccolgo anche la spazzatura).
Il mio ruolo non è particolarmente amato: lo è se conviene, altrimenti non sono nessuno per comandare e mi devo fare i fatti miei.
Insomma, per farla breve, possiamo definire il mio posto di lavoro folcloristico, così folcloristico che ad aprile di due anni fa ho avuto un esaurimento nervoso: adesso vedo quel momento come uno dei più importanti della mia vita.
Ho pianto per due giorni, non riuscivo a smettere, e più le persone mi chiedevano come stavo più piangevo.
Ne sono uscita grazie alla pratica e alla psicoterapia (sono stata in terapia più o meno un anno). E grazie alla bici: mi obbligavo a pedalare, come ci si obbliga a prendere una medicina: mi ha aiutato a non fossilizzarmi e a reagire.

Pedalare mi ha salvato e lo fa ancora adesso.

Succede che ho voglia di nulla ed allora mi sforzo a fare anche pochi chilometri (usarla come mezzo di trasporto è un ottimo espediente), perché quando salgo in sella e pedalo già sento un’energia diversa (come quando pratico).

Su una panchina, durante una gita estiva, in sfida con le salite (e le discese).
Su una panchina, durante una gita estiva, in sfida con le salite (e le discese).

E sono qui che scrivo.

Oggi che la mia strada l’ho trovata, per caso, dopo un corso di ciclomeccanica.
Oggi che sto valutando se e dove aprire un’officina, oppure se farmi assumere almeno per un periodo prima di mettermi in proprio (altri dieci anni?!?), oggi che attendo di sapere delle date così posso organizzarmi i prossimi mesi, oggi che mi sento infinitamente grata per la vita che ho.

Qualche giorno fa, mentre uscivo dall’ufficio in direzione riunione buddista, avevo gli occhi lucidi dalla commozione: ho sentito un’immensa gratitudine per questo posto, lo stesso posto che mi ha fatto (e mi fa) incazzare tante volte, lo stesso posto che volevo mollare con tutte le mie forze.
Al mattino era passato un rappresentante che non vedevo da tantissimo tempo: è stato il primo che ho conosciuto, e rivederlo è stato un balzo indietro di dieci anni.
Ne sono successe di cose in dieci anni, ne ho imparate tantissime, sono cresciuta tantissimo.
E improvvisamente non ero più arrabbiata per quel che secondo me qui non va, improvvisamente ho lasciato andare tutto il marcio e mi sono tenuta tutto il bello, ed ho ringraziato per la donna che sono ora.

Ma improvvisamente non esiste.

A questo punto ci sono arrivata lavorando innanzitutto su me stessa.
Ed ora lascio andare tutto quello che non va, perché la mia strada è un’altra. Dò il massimo come sempre (se no, non continuerei a lavorare fino ad orari improbabili), ma oltre un certo punto vengo prima io e quello che voglio fare del mio futuro: in un certo senso è come se da qui fossi già andata via, perché la mia testa ed il mio cuore sono altrove.
Provo gratitudine per tutto quello che ho, anche se non ho un euro, e non ho finito di pagare i debiti, perché la vita è molto altro ed io sono fortunata perché questo molto altro lo sento e lo vivo.

Non ho idea di cosa sarà di me: ho un progetto, ma non so se riuscirò a realizzarlo.
O meglio non ho dubbi che realizzerò qualcosa di grande: quello di cui non mi importa è se sarà esattamente come lo penso o se la vita mi sorprenderà ancora una volta. Non mi pongo limiti di nessun tipo.
Se ripenso a tutto quello che ho realizzato fin qui, professionalmente e umanamente, mi rendo conto che ovunque mi ritroverò potrò realizzare un’altra crescita, ancora più ricca di questa.

Nello scrivere questo post, mi sono ricordata che tanto tempo fa, nel bel mezzo del mio voler cambiare posto di lavoro a tutti i costi, avevo deciso che il lavoro ideale per me doveva farmi crescere umanamente e professionalmente: anche se non nella forma che mi immaginavo, è il mio attuale lavoro che mi ha permesso questa crescita. A ripensarci sembra assurdo ma è così, ed è per questo che non mi pongo più limiti: troppo spesso ci soffermiamo alla forma delle cose, mentre quel che conta è cosa ne facciamo noi di quelle cose.

Sono felice e mentre scrivo e riscrivo questo post per dargli una forma decente, mi vengono i lacrimoni, dalla gioia.
Domani probabilmente sgriderò qualcuno o mi arrabbierò per qualcosa: va bene così, sono questa, ci metto passione in quello che faccio e la passione si manifesta, e tutto le volte che è stato importante è stata la sostanza di quel che sono, e non la forma, ad arrivare a chi avevo davanti.
E per tutti quelli che si sono fermati alla forma, pazienza: non posso piacere a tutti e non mi interessa piacere a tutti.

Quello che ora mi interessa è fissare questo momento per quando (forse) non vedrò le cose così.
E soprattutto incoraggiare chi la propria strada la sta cercando, tenta mille strade e pensa di essere inconcludente: è un percorso lungo, ma non c’è dubbio che alla fine c’è una grande vittoria, non dubitate e non fermatevi, non accontentatevi, perseverate, finché un giorno sentirete un’immensa gratitudine e felicità. In quel momento avrete trovato la vostra strada, quella che tanto cercavate e comincerà un nuovo cammino, ancora più ricco, ancora più vivo, più intenso, senza paure e con un grande desiderio di avanzare, perché sentirete sulla vostra pelle quanto può essere meravigliosa la vita, qualunque forma abbia.

Non abbiate paura, non ce n’è motivo.
Siate felici e grati, perché la felicità è la causa, non l’effetto: per raccogliere felicità bisogna seminarla, come per raccogliere pomodori si usano i semi di pomodori e non quelli di zucchina.

(Se ve lo state chiedendo: sì, la pratica buddista è il pilastro di questo percorso, la bici un corollario importantissimo… e se volete approfondire e avete curiosità, non esitate a chiedere, io sono qui)


Versione audio del post (+ bonus finale)