Scatto al semaforo, verso il lavoro.

Si fa un gran parlare di come sarà la mobilità dopo il coronavirus.
Le città sono tornate a respirare, meno auto in giro, pochissime persone. Il Paese (e non solo) si è fermato ed il pianeta respira, almeno per un po’.
Impareremo qualcosa da tutto questo? Ci stiamo rendendo conto che ci si può spostare in modo diverso?
Se la risposta alla prima domanda è non lo so, per la secondo so che è no. Perché non ci stiamo spostando, i nostri movimenti sono limitati e l’unico pensiero è tornare alla normalità.

Faccio parte di chi crede che non torneremo mai più alla Vita che conoscevamo, neanche dopo il vaccino (se e quando arriverà). Sono tra chi spera, nonostante il disfattismo generale, che questa esperienza ci insegni delle cose: la prima è essere grati per le nostre vite libere.

Arriverà un momento in cui tutti, chi prima chi dopo, riapriremo. Alcune aziende rimarranno soddisfatte dello smart working, altre vorranno tornare alla vecchia organizzazione. Le scuole riapriranno.

Come si sposterà tutta questa gente?

Onestamente non credo che stiano tutti correndo a prendere la bici, anche se la consiglia l’OMS. In un’ottica di cambiamento generale e di stravolgimento, le persone cercheranno certezze, le poche che possono afferrare: la loro auto o moto, evitando il trasporto pubblico. Da ciclista li capisco: io cerco le mie certezze in sella.

Sarebbe giusto obbligare le persone ad usare altri mezzi? Ed anche rinforzando le corse di treni e autobus, sarebbe giusto obbligare la gente ad usarli con la paura che ancora ci portiamo dentro di stare in luoghi a rischio? Come facciamo spostare milioni di persone che per settimane sono state bloccate a casa e che vogliono tornare alla normalità?
Dopo uno stop di questo genere, possiamo dire alle persone di andare in bici? Alle stesse che la bicicletta la evitavano accuratamente anche prima?
Sono tutte domande che mi pongo ma per le quali non ho una risposte.

Scatto al semaforo, verso il lavoro.
Scatto al semaforo, verso il lavoro.

Sono una ciclista urbana ormai da anni. So quanto fa bene pedalare, so quanto mi è mancato nei miei giorni di quarantena. Sono felice perché, essendo il mio unico mezzo di trasporto, ho l’occasione per pedalare ogni volta che mi sposto per lavoro. So che fa bene all’umore, quanto aiuta con i dolori mestruali e la cellulite, so quanto cambia in meglio la propria Vita.

Nonostante tutto questo, non trovo una formula adatta per andare dalle persone e dirgli inizia ad usare la bici, ora, dopo settimane di fermo, ora che non si capisce ancora niente di cosa accadrà.

È vero, non devo essere io a farlo, o meglio non solo, serve uno Stato presente e attento, perché se fermare buona parte delle attività è stato delirante, riaprire sarà peggio. Nel far riprendere l’economia si rischia il collasso delle città da diversi punti di vista, ci vuole forza e lungimiranza.

Ho letto diverse opinioni in questi giorni proprio riguardo alla mobilità post covid-19, nessuna mi ha convinto e sono già ciclista.

Di una cosa sono sicura: serve empatia e, più passa il tempo, più manca. Serve dialogo, scambio, ascolto. È necessario comprendere le paure altrui e non mettersi (solo) in cattedra a spiegare.

Stiamo parlando della ripresa, tra un vaccino che chissà quando arriverà, persone che forse non avranno più un lavoro e il bisogno di avere qualche certezza, anche la più stupida, fosse anche a quattro ruote.
Pedalare fa bene. Se volete e non sapete come fare ad iniziare, Vi aiuto volentieri. Per il resto uniamoci, ascoltiamoci, rispettiamoci, diventiamo allievi e non professori.


Approfondimento audio su quello che avete appena letto (uscito in anteprima rispetto al post)