Credo di avere un approccio didattico ed esperienziale nell’intraprendere nuovi progetti.

Concedetemi l’uso improprio della definizione didattico ed esperienziale, perché ho provato a studiare le varie metologie in ambito apprendimento e mi sono persa.

In pratica sono una persona che prima studia la teoria della materia. Poi passo alla fase pratica sperimentale dove esco anche fuori dai limiti della teoria per fare mia la materia. Quando voglio essere sintetica e farmi capire al volo, lo chiamo l’approccio ignorante e lo applico a tutto, sia sul lavoro che fuori.

Mi capita spesso che la parte di teoria non esiste (non trovo informazioni e/o nessunə disposto a spiegarmi) e passo subito alla parte pratica, da cui estraggo personalmente una possibile teoria e poi scrivo, come ora.

Parliamoci chiaro, odio i misteri, le persone gelose del proprio sapere. Non si tratta di pagare un corso per imparare, esiste una categoria ancora oltre: quella del non te lo spiego perché altrimenti mi rubi il lavoro, il guadagno, la/il cliente e così via. Un giorno scriverò il famoso articolo sul fatto che la concorrenza non esiste, ma ora vado avanti che mi sto già perdendo.

Quindi, nessunə mi spiega, io imparo e poi lo insegno a mia volta.

È esattamente quello che è successo quando ho creato i miei corsi ed iniziato a chiedermi cosa volesse dire insegnare e come era possibile imparare ad insegnare. Non ho trovato granché oltre la solita risposta preconfezionata: impari facendo.

Senza nulla togliere a questa affermazione, è vero più insegni più impari a farlo, mi sono comunque interrogata per quasi un anno su cosa volesse dire insegnare, come si poteva farlo al meglio, quali caratteristiche dovrebbe avere una/un bravə insegnante. In sintesi: quali aspetti avrei dovuto imparare/approfondire per poter fare formazione ed insegnare ad altrə?

Questa ricerca ha portato a tre qualità principali, tutte e tre possono essere innate o acquisite. Rimango convinta che con l’impegno tutto si impara, ovviamente bisogna volerlo.

Sto parlando di pazienza, capacità di immedesimarsi e capacità di non dare niente per scontato.

La pazienza non mi è stata installata alla nascita, chi mi conosce bene lo sa, eppure quando tengo un corso ne esce a sufficienza, probabilmente perché amo molto fare formazione e condividere ciò che so. La pazienza serve, in primis, perché si è a stretto contatto con altre persone, in gruppi più o meno numerosi. Se si è un insegnante della scuola pubblica si lavora con ragazzə di tutte le età, senza pazienza credo si passi direttamente al tso. Ma, a parte le battute, senza pazienza come si può trasmettere la conoscenza? Ci si ritrova spesso a dover ripetere la lezione, cercando anche parole e metodi sempre nuovi in base a chi si ha davanti. Inoltre, a seconda dell’ambito in cui si lavora, ci si rapporto al datore di lavoro, ministero dell’istruzione, ente formatore, insomma con la/il proprio capə e, in alcuni ambiti specifici, anche con i genitori. Decisamente se non si ha pazienza la situazione può rivelarsi difficile.

La capacità di immedesimarsi serve per trasmettere l’oggetto dell’insegnamento nel modo più efficace possibile e, di fatto, è collegata al non dare niente per scontato. Non siamo tuttə uguali. Nel mio caso specifico, non abbiamo tuttə la stessa manualità, c’è chi arriva da me e non ne ha proprio.

Il mio compito è immedesimarmi in chi ho davanti per riuscire a spiegare e formare nel modo più semplice e lineare possibile.

Per farlo non devo dare per scontato nulla. Un esempio molto banale: ero convinta che la differenza tra brugole e torx fosse acquisita, in realtà la maggior parte delle persone non sa di cosa sto parlando. Non è detto che chi viene a fare un corso di ciclomeccanica con me la sappia, mi devo ricordare questo dettaglio e ripetere una volta di più piuttosto che una in meno.

Immedesimarsi e non dare nulla per scontato sono quelle qualità che permetteranno non solo di insegnare ma di imparare a propria volta.

Nello spiegare come regolare dei freni, prima di correggere la manualità del corsista, ho osservato e non sono saltata alla conclusione che stava sbagliando perché io faccio diversamente. Conclusione: io ho imparato una cosa nuova, i freni erano ugualmente ben regolati. Ho comunque spiegato come svolgo quell’operazione e ne è uscito un bel confronto dove non c’è giusto o sbagliato ma un insieme di metodi validi che attui a seconda di come ti trovi meglio, senza attribuire un merito o un giudizio non necessario.

Posso insegnare molte cose, ma sull’ordine ho molto da imparare anche io (in realtà sistemo il banco ad ogni lavoro che finisco, ma ci sono giornate un po’ più complicate di altre).

Quindi, come si impara ad insegnare?

Per la mia esperienza, ci si chiede se siamo dotatə di queste tre caratteristiche. Se la risposta è sì, siamo a buon punto. Se è no, siamo disposti ad imparare?
Come si imparano? Nella Vita di tutti i giorni. Non sono qualità che esulano dalla quotidianità, anzi, se si applicassero in generale quando si è a contatto con altre persone, sono sicura che la relazione, di qualunque natura, ne gioverebbe. Sicuramente è necessario sapersi mettere in gioco. Personalmente credo che l’insegnamento stesso sia un mettersi in gioco, perché vuol dire trasmettere ad altrə le proprie conoscenze, un compito non propriamente facile.

E la passione che fine ha fatto?

Ovviamente esistono tantissimi tipi di insegnanti e altrettanti ambiti, a partire dalle scuole pubbliche e private fino ad arrivare a corsi professionalizzanti. Le materie da insegnare sono infinite, partendo dalla matematica fino ad arrivare al ballo liscio. Per quanto io non credo sia possibile fare un lavoro bene se non c’è passione, so anche che esistono tantə professionistə che semplicemente svolgono un lavoro ma non ne hanno la passione. L’insegnamento non fa eccezione. Se c’è si sente, ma se non c’è non è detto che quell’insegnante non riesca a svolgere il suo compito.

Nel mio ambito è possibile fare corsi di ciclomeccanica se non si ha la passione per la bicicletta?

Mio malgrado (è un po’ che non lo dico: io sono un’idealista!) sono venuta a patti con il fatto che non tutti i meccanici di bici [questo maschile è voluto, sono per la maggior parte uomini] hanno la passione per la bicicletta, è un mezzo come un altro. Idem per chi insegna ciclomeccanica: c’è domanda sul mercato, ti creo l’offerta, non importa altro per rispettare le regole del mercato e guadagnare. Anzi, a volte la passione per guadagnare è quasi un intralcio (ne so qualcosa, ma ne parlo un’altra volta).

Quanti di noi hanno avuto a scuola professoresse e professori che puntavano solo ad andare in pensione? La loro materia l’abbiamo imparata, forse controvoglia, forse a malapena con la sufficienza, ma alla fine l’abbiamo portata a casa. Non è la/il prof che ricordiamo con più affetto probabilmente, ma questo esula da cosa vuol dire insegnare.

Credo che la passione legata al concetto di insegnamento sia uno stereotipo duro a morire, alimentato dall’esistenza di persone come me, appassionate visionarie che amano insegnare. Non siamo la regola, siamo l’eccezione. E, soprattutto, non siamo migliori di altrə ma solo diversi.


La Ciclista Ignorante, un progetto indipendente, che va oltre la sola ciclomeccanica, che ambisce a diffondere e condividere un nuovo stile di Vita, basato sull’etica, la trasparenza, la contaminazione di idee, un progetto in cui la bicicletta è sempre stato un mezzo e mai il fine.

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