Ciclomeccanica: una parola, tanti significati.

Una delle cose che mi ha fatto più riflettere da quando ho cominciato a raccontare liberamente della mia svolta lavorativa è stata sentirmi chiedere Ma ci si vive con questo lavoro?
All’inizio ho legato la motivazione di questa domanda alla mia città: chi me l’aveva posta è un mio concittadino e amico, e si sa che Genova non è famosa per essere una città facile da vivere in bici (anche se, come sapete, credo molto nel volere è potere, come scrivevo qui).

Poi mi sono resa conto che in realtà questa domanda porta con sé una premessa (e a sua volta una domanda) diversa: quanto è riconosciuto il lavoro (a livello professionale) di ciclomeccanica/o?

Ho notato che, anche in città dove la bicicletta è più diffusa, è inusuale trovare un’officina di biciclette a sé: spesso è un servizio legato alla vendita o al noleggio, oppure esistono ciclofficine popolari che sono un mondo a parete (come ci raccontava Fabio).
Tirando le somme ho l’impressione che la figura del meccanico di bici (o ciclomeccanico) non sia così tanto riconosciuta. Come non è riconosciuto il fatto che per aggiustare la bici non basta andare ad intuito, e ci sono alcuni concetti base da acquisire.

Per sfizio ho aperto il dizionario per vedere che definizione dava della parola ciclomeccanica: non ho trovato nulla.
Ho provato su Treccani, Garzanti, Hoepli. Al maschile, e in versione composta ciclo-meccanica/o.
Nulla. Questa parola non c’è.

Eppure è una parola che si usa, basta fare una ricerca online e escono fuori diversi corsi e qualche articolo in merito.
Così ho voluto approfondire, per trovare il modo di dare una definizione mia, il più coerente possibile.
Riaprendo gli stessi dizionari, vado alla ricerca della parola ciclo, e scopro che (fonte Treccani)

ciclo
s. m. [ricalcato sull’ingl. cycle (1870), che è dal gr. κύκλος «cerchio»]. – Bicicletta; usato soprattutto in composti come ciclocampestre, cicloturismo, ecc

Box/Officina/Scannatoio
Più che un’officina sembra uno scannatoio: ci sto lavorando… Tempo al tempo.

Quindi che cos’è la ciclomeccanica? Cos’è questo lavoro che sogno di fare e che le persone non conoscono?

Ciclomeccanica è la meccanica della bicicletta, ed è anche colei che di lavoro fa la meccanica di biciclette, come nel mio caso.
È pazzesco come un’unica parola voglia significare l’oggetto del lavoro e il lavoro in sé.
In alcune regioni d’Italia, ad esempio, si dice ciclista: ciclista è colui che pedala ma è anche chi aggiusta le bici, il ciclomeccanico appunto.

Di cosa si occupa la ciclomeccanica, qual è il suo campo di attuazione?

La ciclomeccanica ha come scopo che la bicicletta sia perfettamente funzionante.
Quanti tipi di biciclette esistono? Quanti modelli? E i materiali? Che tipo di freni montano? E le sospensioni?
Tanti: questa la risposta a tutte queste domande.
Come per altri campi la ricerca è andata avanti anche in questo mondo, quindi non c’è più solo la mitica Graziella, ma ci sono moltissimi altri modelli di biciclette.
Basti pensare che, molte delle innovazioni nate per il motocross, con il tempo, sono state trasportate sulle mountain bike.

Quindi un ciclomeccanico che conoscenza deve avere? Come fa a sapere tutto quello che serve?

La mia idea personale, che applico a qualsiasi tipo di lavoro, è che il vero professionista è consapevole di non sapere tutto (di essere in parte ignorante), ma è sempre pronto a studiare mettersi in gioco e migliorare.

Nel mio caso dovessi aspettare di “sapere tutto”, non cambio più lavoro.
Sono consapevole di avere ancora molto da imparare, come sono consapevole che una serie di corsi non mi rendono ciclomeccanica, ma mi danno le nozioni di base per iniziare a muoverti in questo mondo.

Come per tutti i lavori conta la pratica.

Ogni tanto mi prende lo sconforto.
Quando mi ritrovo in difficoltà su una bici, penso immediatamente che non ce la farò mai, che non acquisirò mai la stessa naturalezza che ho nel mio attuale lavoro.
Poi mi ricordo che dalla prima volta che ho visto un po’ ad oggi sono passati dieci anni, e mi calmo.

Non mancherà mai chi pensa che i corsi non servono a niente e che conta solo la pratica.
Sinceramente io a questa cosa non so rispondere, se non con un ognuno fa quello che sente.

Come ho già spiegato in altre occasioni, non solo qui sul blog, la mia voglia/necessità di fare corsi nasce dal fatto che sono sempre stata un’autodidatta (anche per far funzionare questo blog quasi tutto quello che so l’ho imparato da sola): volevo un insegnante, qualcuno che mi spiegasse le cose, un punto di riferimento.

In generale, invece, a chi pensa che siano tutte cavolate, che le bici sono tutte uguali, mi viene sempre in mente la mia personale metafora del telaio: se uno stesso telaio può essere realizzato in acciaio o in alluminio oppure in carbonio, vuol dire che questi tre materiali sono differenti in qualcosa (fosse anche tutta una scusa per farci spendere più soldi, la differenza sarebbe nel costo).

Insomma che le bici non siano tutti uguali si vede ad occhio, e che alcune conoscenze specialistiche siano necessarie si deduce da come il progresso non si è fermato anche in questo campo.

Verso il box-officina
In direzione box per portare alcuni pezzi di ricambio: con un po’ di creatività si fa tutto.

Ma alla fine di tutto questo discorso, che caratteristiche deve avere un futuro/a ciclomeccanico/a?

Da un punto di vista squisitamente tecnico deve conoscere la prima regola aurea: sulle biciclette non esistono standard, quindi ogni bici è un mezzo a sé (tranne la lunghezza della maglia della catena, che è una delle pochissime misure standard). Quindi è fondamentale avere spirito di osservazione e capacità di analisi: la bici va osservata e sarà lei attraverso i suoi codici e i suoi schemi a guidarci nel percorso della manutenzione, del riparazione e del recupero.
Da un punto di vista meno tecnico ritengo che voler vivere di meccanica di biciclette è un azzardo, soprattutto in certe zone geografiche, soprattutto se sei donna come me.
Torniamo quindi alla capacità di analisi per capire se, e in che modo, il mercato che ci si presenta può in qualche modo offrirci delle possibilità o se è necessario spostarsi. Analisi che non avrà risposte certe e che comporterà mettere in gioco anche un po’ di incoscienza e di coraggio.

Mentre scrivo questo post, mi rendo conto che voler vivere in sella ad una bici è una scelta non comune, voler vivere di ciclomeccanica è anch’essa una scelta non comune, almeno per com’è adesso la situazione nel nostro Paese.
Ovviamente a fine mese tutti abbiamo bisogno di uno stipendio, per mettere qualcosa nel piatto (e nelle ciotole dei gatti) e pagare le bollette: sono comunque convinta che bisogna osare un po’, per rendere le nostre vite e le nostre città più belle e più felici.

(Per chi è in attesa di post più tecnici li sto preparando, abbiate fiducia e non abbandonate il blog).

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