Il dietro le quinte di Fabio: critical mass e ciclofficine.

Dopo questa mia intervista Adriana mi ha chiesto di scrivere un articolo per il blog.
Riassumo velocemente: sono fisico, matematico, un passato da insegnante e ricercatore, mentre adesso ho un negozio di bici a Roma, biciclettaro.

Ho pensato un po’ a cosa poter scrivere, alla fine mi va di raccontare il dietro le quinte, com’è scoccata la scintilla vera che poi ha innescato il cambiamento che mi ha portato a cambiare strada.
Tutto comincia nel 2008, quando partecipai alla prima ciemmona o critical mass interplanetaria.

A questo punto può essere necessaria una digressione: cos’è la ciemmona? Cos’è la critical mass?

Critical mass è una sorta di manifestazione, ma la definizione più calzante è quella di coincidenza organizzata, di biciclette che si tiene con cadenza variabile, ma di solito l’ultimo venerdì del mese in svariate città del mondo (le stime parlano di un numero tra le trecento e le cinquecento). I ciclisti si incontrano in un luogo convenuto e vanno in giro per la città in massa, non bloccano il traffico, sono essi stessi il traffico.

È nata nel 1992 a San Francisco. La cosa ha subito successo e si diffonde in altre città degli Stati Uniti, dopo un po’ passa l’Atlantico e arriva anche a Roma nel 2003.
Nel 2004, dopo la partecipazione di un gruppo di ciclisti romani alle manifestazioni contro il COP9 a Milano, si decide di fare un qualcosa a Roma. Nacque così la ciemmona. Il nome deriva dalle iniziali di Critical Mass, spesso abbreviata in cm o ciemme. Una ciemme grande diventa quindi Ciemmona, si articola su più giorni, spesso tre a volte anche quattro.
Nel 2012 sono andato a San Francisco per festeggiare il ventennale, organizzato sul modello della ciemmona romana: io a parlare dell’esperienza romana, gli altri delle loro intorno al mondo.

Dicevamo il 2008, mi ritrovo a partecipare alla prima ciemmona.

Fu una folgorazione, da che usavo la bici ogni tanto per andare all’università inizio ad usarla tutti i giorni e decido pure di prendere un turno in una ciclofficina popolare.

Altra digressione: cos’è una ciclofficina popolare?
Un luogo, spesso ma non sempre, in un centro sociale dove trovi attrezzi, pezzi di ricambio recuperati e persone pronte a darti una mano. Se sai come fare puoi muoverti in autonomia altrimenti c’è qualcuno che ti spiegherà come farlo. Di solito si cerca il più possibile di insegnare e promuovere l’autonomia degli utenti. Lì si possono costruire biciclette o ciclomostri.
È stato in questi posti – sono stato meccanico in sei ciclofficine, tre a Roma e tre a Madrid – dove ho appreso la meccanica.

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In un attimo mi sono ritrovato a fare tutto quello che mi piaceva: studiare, insegnare, sporcarmi le mani di grasso e cercare di migliorare il mondo.

Il tutto all’interno di realtà autogestite e in un clima che definire conviviale è poco. Un problema su una bici diventa spesso una sfida collettiva da portare a termine, ci si lambicca il cervello per cercare di capire da dove viene e come eliminarlo, senza contare che spesso oltre al problema originario se sorgono di accessori: bisogna sostituire il cambio, ma quelli che ci sono sono tutti rotti, posso smontarne due per farne uno funzionante e così via in una escalation di problemi divertenti da risolvere.

Sono quel genere di problemi che stimolano l’intelligenza creativa. Creatività che poi ti torna utile quando devi confrontarti anche con problematiche diverse.

Negli anni ho pure aiutato nelle preparazione delle varie ciemmone che si sono succedute nel tempo, del cyclocamp, un campeggio per attivisti e non solo, del forum mondiale delle ciclofficine (in inglese spesso chiamate bike kitchens o bike co-op). Se volete imparare a sistemare la vostra bici, costruirne una e conoscere gente simpatica vi consiglio vivamente di passare in uno di questi luoghi. Qui un elenco parziale di quelle nel mondo, il sito di quelle romane con collegamenti pure a quelle italiane è questo.

Non solo. Quando posso collaboro ancora con le ciclofficine che recuperano biciclette abbandonate o accettano donazioni di pezzi di ricambio usati. Io stesso do loro pezzi di ricambio usati che recupero da altre biciclette in manutenzione, ad esempio camere d’aria bucate che possono essere ancora riparate.

Passano gli anni e la vita va avanti. Lavoro diviso tra insegnamento e ricerca, sempre attivista in qualche ciclofficina sullo sfondo, finché tornato in Italia dalla Spagna dopo un contratto di ricerca, mi ritrovo a fare a l’insegnante di sostegno ad una ragazzina autistica alle scuole medie: esperienza che mi dà tanto dal punto di vista umano, ma per la quale non avevo nessuna preparazione e che mi porta pure a scegliere di dare un cambio alla mia vita visto che se avessi continuato a insegnare mi sarebbe toccato quello per qualche anno. Fu così accettai la proposta del mio attuale socio e aprii bottega.

Sebbene un negozio non è una ciclofficina, mi ritrovo ad avere a che fare con gli stessi problemi, anche se viene meno per forza di cose l’aspetto collettivo della risoluzione dei problemi.

C’è da dire che con molta più esperienza sulle spalle e con pezzi di ricambio nuovi i problemi che si presentano sono diversi e spesso si tratta di studiare qualche foglio tecnico per capire come regolare o montare questo o quel componente, ma è divertente comunque, perché alla fin fine per qualunque lavoro quel che conta è questo: trovare soddisfazione in quello che si fa.

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