Barriere architettoniche e nuove visioni sul mondo.

Ho scritto questo post di ritorno dall’ultimo weekend a Peschiera del Garda, qualche settimana fa.
Ero un po’ arrabbiata.
 Nel frattempo mi è arrivata la tessera dell’associazione (se leggete fino in fondo capite di cosa sto parlando).

Non è la prima volta che dico/scrivo che la bicicletta ed iniziare a pedalare hanno cambiato radicalmente la mia visione del mondo.

Se c’è una cosa che Wilma mi ha donato, fin da subito, sono stati nuovi occhi.

Ho sempre girato in motorino, da che avevo 14 anni. Ho iniziato con il mitico Sì Piaggio (ve lo ricordate?), poi sono passata allo Zip e dopo che me l’hanno rubato vari altri motorini. L’ultimo un Kymco Agility 125, che ho venduto proprio grazie alla bici.
Ecco dicevo, ho sempre avuto scooter, per fare due metri prendevo lo scooter, se era fermo dal meccanico ero in panico, come se non fossi dotata di piedi per camminare. Era così. Ero abituata così: nessuno mi aveva fatto vedere un mondo diverso.
Finchè non è arrivata la bicicletta.

Cosa c’entrano le barriere architettoniche?

Sono piuttosto rispettosa del codice della strada, difficilmente faccio infrazioni, non pedalo sui marciapiedi (sarà che a Genova sono così stretti che manco ti viene in mente di pedalarci sopra). Però capita di spingere la bici, oppure capita che ci sia talmente tanto casino di macchine che alla fine scendi e cerchi di passare a spinta.
Lavoro vicino ad una scuola elementare, mattino e pomeriggio chiudono la strada, per la sicurezza dei bambini. In pratica ci sono macchine posteggiate nei peggio modi, totalmente incuranti del fatto che le persone debbano passare (anche chi un bambino da portare a scuola non ce l’ha), totalmente incuranti degli stessi bambini. È tutto concesso, perchè questi genitori devono portare i bambini a scuola e, spesso, con la strada chiusa, sono i primi a passare in scooter o in macchina per arrivare davanti al portone della scuola.

Cosa stiamo insegnando ai nostri figli?

Mi è capitato di dover scendere dalla bici perchè non avevo lo spazio per passare. Ora ve lo immaginate l’ingombro di una bici? Ok che non sono magra, ok che ho le borse attaccate, ma ve lo immaginate l’ingombro di una bici?
In quel momento, per la prima volta, mi sono chiesta come avrebbe fatto un disabile.
Avrebbe dovuto fare un giro assurdo.
Da lì ho iniziato a guardare le strade, i marciapiedi, ho iniziato a guardarmi intorno.
Viviamo in città che non sono a misura di uomo.

E i treni?

Wilma mi ha insegnato a viaggiare e la parte che odio di più del viaggiare, come già scritto in altre occasioni, sono i treni.
Cioè, il treno è un modo di viaggiare stupendo, se non fosse per i nostri treni.
Le nostre stazioni sono piene di scale e spesso gli ascensori non funzionano.
Quando funzionano c’è il divieto di trasportarci la bici: non ho trovato da nessuna parte una motivazione di questa cosa, non dico una motivazione sensata, mi bastava anche una semplice perchè. Se lo trovate me lo fate sapere?
Quando finalmente riesci ad arrivare al binario, rimani fissa tipo vedetta lombarda in attesa del treno: il vagone bici se c’è è all’opposto del pantografo (quasi sempre non sempre), e dopo che hai corso in banchina (dove nella maggior parte dei casi gli altri passeggeri non si sposteranno, quindi vai di slalom) arrivi ad un vagone bici spesso improponibile, con gradini degni del miglior alpinista.

Dove voglio arrivare?

Io ho scelto, ho scelto di pedalare, ho scelto di viaggiare in treno, ho scelto una bici che pesa 14 kg senza pedali e senza borse. Quindi mi arrampico, lancio la bici sul vagone, chiedo a chi passa di darmi una mano, impreco mi faccio male spesso e volentieri, ma è una mia scelta.
Chi non ha scelto non viaggia? Chi non ha la possibilità di camminare sulle proprie gambe ed arriva in stazione con l’ascensore che non funziona, torna a casa?
In questi giorni, dal rientro da Peschiera del Garda (due regionali all’andata e due al ritorno, prima classe sulla linea regionale di Trenord, ma vagone bici assente), mi è capitato di pensare a Iacopo Melio e alla canzone che aveva fatto con Lorenzo Baglioni Vorrei prendere il treno.
All’epoca la canzone mi piacque molto, mi fece sorridere, ma non avevo mica capito il problema.
Ora lo capisco.
Un disabile non ha l’autonomia di prendere un treno da solo. Deve chiamare 24/48 ore prima la stazione da cui partirà e quella dove arriverà sperando che il servizio di supporto ai disabili, se c’è, non sia solo sulla carta.
Io sono un paranoica straorganizzata quando deve viaggiare, ma sapete cosa significa? Che se un giorno ad un disabile qualsiasi gli gira di farsi una gita al mare, non la puoi organizzare sul momento, non può andare in stazione e prendere il primo treno che gli gira. Non è libero.
Per molti questo non sarà un problema reale, perchè non lo vivono sulle proprie spalle e sono liberi di muoversi come vogliono. Perchè gita organizzata all’ultimo o meno, prendere un treno per una persona disabile è delirante (non ho citato volutamente i vecchietti, ma anche loro fanno non poca fatica a fare quei fantastici gradini).

Questa è la situazione attuale nel Nord Italia.
Non mi pronuncio sul Sud perchè non lo vivo quotidianamente.

Quindi? Quindi non lo so.

Tornata da Peschiera ho scritto a Iacopo su facebook e visto che non so cosa fare concretamente, ho deciso di sostenere la sua onlus, perchè voglio fare qualcosa, qualsiasi cosa, per smuovere questa situazione e sono sicura che le piccole azioni quotidiane sono quelle che ci porteranno lontano anche se i risultati sono lunghi da arrivare.

Non so se chi mi sta leggendo in questo momento, gira a piedi in macchina scooter mezzi pubblici…

Questo post non è contro i mezzi privati e pro bicicletta a prescindere, questo post l’ho scritto per invogliarvi a guardare le cose da un altro punto di vista, diverso dalla vostra solita angolazione.

Non ci siamo solo noi per strada: ci sono macchine scooter pedoni bambini disabili anziani mezzi pubblici biciclette…

Riflettiamoci.


[Pubblicato 24/01/2017 – Aggiornato 08/10/2017]

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