(Questo post è anche in versione audio, la trovate in fondo)

Quando ho iniziato a pedalare, quasi 6 anni fa, c’era la Grande Salita. Oggi ci sono Le Scale di Escher.

La Grande Salita, vista con gli occhi di adesso ha poco di grande. Chiamavo così la strada tra Largo Merlo e Piazzetta Pedegoli, circa 1,5 Km di strada al 5% circa.

Iniziare a pedalare ha voluto dire fare diverse scoperte, come ad esempio che Corso Sardegna e Via Fereggiano non erano realmente piane, ma salivano, una pendenza ridicola ma costante. Arrivavo a Largo Merlo con la lingua di fuori, soprattutto all’inizio, così mi fermavo lì proprio all’inizio della salita, dalla Grande Panchina. Esatto, era una panchina normalissima ma è divertente dare nomi altisonanti.

I primi tempi era una necessità, dopo un anno un piccolo rito, un’abitudine neanche troppo furba: ripartire a freddo e in salita non è quello che si dice una trovata geniale.
Però quel rituale mi piaceva, generalmente era il momento per tirare fuori qualcuna delle mie perle filosofiche o sentire qualche amica.

Ora vivo da un’altra parte. La strada continua ad essere in falso piano, pendenza irrisoria, distanza casa lavoro poco di più. Al posto de La Grande Salita, ci sono Le Scale di Escher, chiamate così per l’evidente effetto ottico.

Non sono impegnative, ora, dopo tre mesi in cui ho preso le misure e mi sono fatta il fiato. Le prime volte mi sembrava di lasciarci il cuore.
Ho impiegato un pochino a capire come fare, come caricare la bici in spalla. Dopo un po’ di tentativi ho compreso che è meglio fare due viaggi sia a scendere che salire, prima la bici e poi la borsa. Le Scale sono strette e ripide, nei punti dove cambia direzione ci vuole un po’ di accortezza: una volta per distrazione ho colpito il muro con la ruota anteriore e stavo volando all’indietro.

Stasera mentre le fissavo, mi osservavo da fuori.

Si fa un gran parlare di uscire dalla propria zona di comfort, ma quale è la mia? Forse stare in sella è l’unico momento di comfort (nonostante la mobilità in città, ovviamente). Per il resto, ormai da 6 anni, ogni volta mi spingo un po’ più in là, cerco di andare oltre me stessa, so che la Vita è cambiamento, cerco di non farmi travolgere, lo vivo senza ostacolarlo.

Quando sono venuta a vedere la casa dove vivo ero con mio padre e, appunto, lui mi ha chiesto come avrei fatto con la bici. La mia risposta è stata in qualche modo faccio.
Da quando pedalo ho capito che sì, in qualche modo faccio, come in qualche modo torno a casa anche quando sono stanchissima, o mi capita una bici dove non esiste più il pezzo di ricambio. In qualche modo si fa sempre.

L’importante è avanzare un passo alla volta, un colpo di pedale alla volta, senza fretta, tentando continuamente e, soprattutto, senza mai dimenticarsi che la Vita è dinamica.
Stasera mi guardavo da fuori e non ho potuto fare a meno di sentirmi orgogliosa di me. Poi ho caricato la bici in spalla e sono salita a casa. Mai fermarsi più di tanto a pensare, mai smettere di agire.