Apprendista meccanica.

Ieri ho letto un post molto interessante sulla mediocrazia ed ho ripensato a questo di post, scritto qualche tempo fa.

Per tanto tempo ho evitato di raccontare in giro che facevo corsi di ciclomeccanica, perché ogni volta mi sentivo dire Ma cosa ci vuole ad aggiustare una bici? Ma perché spendi soldi?. Men che meno raccontavo che finalmente avevo capito cosa voglio fare da grande: la meccanica di biciclette.
I commenti che vanno per la maggior sono Sei pazza a lasciare il posto fisso e Ma ci si vive con un lavoro così?.
Per la seconda dò l’attenuante che, siccome siamo a Genova e qui la bici non è considerata un mezzo di trasporto, può sembrare un lavoro strano.

Ora non mi faccio più problemi a dichiararmi apprendista meccanica.

Quando ho iniziato a lavorare come operatrice grafica, di plotter non ne sapevo niente.
Facevo grafica, i file gli impaginati, della stampa ignoravo tutto.
Mi sono state date le prime dritte da chi c’era prima di me, ma ho realmente imparato a lavorare quando, per motivi di spazio, l’azienda è stata divisa: io nella sede con tre plotter da stampa, uno da taglio e tutta la parte organizzativa del lavoro; il mio collega in quella che è diventata la succursale, con il plotter da stampa su rigido, la fresa e la taglia pannelli.
Ero sola e dovevo affrontare tutte quelle lavorazioni che, in un modo o nell’altro, evitavo per paura di non essere all’altezza.
Ho dovuto dimenticarmi tutto quello che fin lì mi avevano insegnato e ricominciare, senza paura di sbagliare, costruendo il mio modo di lavorare.

Nel mio posto di lavoro non c’è la possibilità di studiare e approfondire, perché conta solo produrre: in diverse occasioni mi sono dovuta impuntare ed, a volte, fermarmi fuori orario per approfondire il perché o il percome un lavoro non uscisse in stampa come si deve, per esempio.

Fino all’esaurimento nervoso di due anni fa però, io mica lo sapevo di essere brava.

Ancora permettevo agli altri di mettermi in crisi. Poi ho capito.
Sono brava non perché non sbaglio mai, ma perché dai miei errori imparo.
Ormai ho dimestichezza con il lavoro, con i clienti, con i fornitori, con i casini, con i colleghi, e con il capo isterico.
Ci ho messo più di dieci anni.

Nella ciclomeccanica mi è andata decisamente meglio.

Ho incontrato un bravo maestro, quindi non devo buttare via quanto imparato finora, anzi devo impegnarmi per applicarlo e nel farlo devo trovare il mio metodo.
Come sapete mi sto occupando di una vecchia Olmo anni ’90. Dietro a questa bici è successo qualunque cosa: mi sono incasinata con la revisione della ruota libera e mi sono ritrovata con gli sti sbagliati.
Anche oggi che sono andata avanti con i cavi dei freni, ho sbagliato il taglio di una guaina (e siccome Campagnolo le manda già tagliate, un taglio sbagliato è un casino).

La grande vittoria è che la soddisfazione per le cose imparate ed il lavoro fatto supera i momenti di sconforto.
Che quando sono nel mio box/officina ad armeggiare con brugole e cavi, mi sento nel mio habitat naturale ed il tempo vola.
Oggi in dieci minuti ho sostituito e regolato il mio deragliatore anteriore: il cavo era partito perché era impossibile regolarne la tensione.
La prima volta che ho fatto questa operazione ho impiegato un’ora e mezza.

Che lavoro faccio?
Ex grafica, attuale operatrice grafica, futura meccanica di bici.

(Piccola nota polemica: tutto sanno tutti, ma io sono dovuta inciampare in Bikeitalia per imparare quello che so, chissà come mai).

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